martedì 21 dicembre 2010

Il sorriso eterno

Alla fine scorsero molto lontano una debole luce. Brillava quieta, ma così fievole che appena riuscirono a distinguerla nel gran buio. Andarono verso di essa. Dopo molti anni la luce cominciò ad avvicinarsi.
La raggiunsero: era una piccola lanterna, coi vetri offuscati, che mandava all'intorno un quieto chiarore. Vicino ad essa stava un vecchio, intento a segare. Capirono che era dio.
Era curvo e basso, ma possente di corporatura. Aveva le mani ruvide di chi ha fatto per tutta la vita uno stesso lavoro, senza mai riposare. Il suo viso rugoso esprimeva la stanchezza e una malinconica gravità. Il vecchio non si accorse di loro, e quelli ristettero, colpiti da stupore alla sua vista.
Lo fissarono, senza capire. I più lontani si alzavano sulle punte dei piedi per poter vedere a loro volta; un mormorio si propagò da uomo a uomo, un mormorio sempre più sordo.
in testa a tutti stavano i più nobili: uomini dai lineamenti spirituali, coi visi nei quali fremeva la vita riposta nell'anima, con occhi accesi da una pena segreta.
"Sei tu dio?" cominciarono con voce tremante "Dunque, sei tu dio?"
Il vecchio alzò verso di loro uno sguardo smarrito. Non rispose, ma fece con la testa un cenno affermativo.
"E stai lì a segare?" esclamarono.
Il vecchio non rispose. Si asciugò l'orlo della bocca col dorso della ruvida mano, e si guardò intorno intimidito.
"Noi siamo i vivi" cominciarono "Siamo la vita che tu hai prodotto. Siamo tutti i vivi. Abbiamo lottato e sofferto, dubitato e creduto, brancolando abbiamo camminato nel buio, abbiamo cercato, intuito e bramato, abbiamo cercato noi stessi sino agli estremi confini del nostro essere... Che intendesti fare di noi?"
Il vecchio li ascoltò smarrito e afflitto. Soltanto ora pareva aver ben capito chi essi fossero.
Alzò uno sguardo sbigottito di solitario e lo portò sull'ondeggiante marea umana che si era fermata davanti a lui. La percorse: dovunque i suoi occhi guardavano, essa continuava, non c'era una fine; miliardi e miliardi di esseri, un numero incalcolabile.
Si ricordò si se stesso, abbassò gli occhi, timido e goffo. Non aveva ancora deposto la sega. Le sue vesti, vecchie e logore, sembravano ancor più tali. Si passò una mano sui capelli grigi e lasciò ricadere il braccio. Ora che non lavorava, pareva non saper che cosa fare delle proprie mani.
"Io sono un uomo semplice" cominciò alla fine con voce sommessa
"Io non ho inteso la vita come qualcosa di notevole" proseguì con tono rassegnato.
"Qualcosa di notevole!" tuonò la moltitudine "Udite! Udite! Qualcosa di notevole" Ma è orribile!"
Il vecchio si sentì sopraffatto. Non sapeva dove tenere le grandi mani. Curvò ancor più la grigia testa. Videro che soffriva e lottava.
"Ho fatto meglio che ho potuto" disse con voce bassa.
Vi era qualcosa di commovente in quella risposta, in quell'incapacità a tirarsi d'impiccio.
"Tu ci hai precipitati nel dolore e nel tormento, ci hai precipitati nell'angoscia e nell'inquietudine torturante, in abissi senza nome; ci hai fatto soffrire, hai lasciato che languissimo, disperassimo. Perché? Perché?"
Il vecchio rispose con voce sempre più bassa:
"Ho fatto meglio che ho potuto. Ho lavorato senza cedere alla stanchezza, sono stato sul mio lavoro da quando mi ricordo. Non ho voluto niente. Non avevo alcun disegno. Allora ero soltanto felice"
Nessuno parlava più. Non avevano nulla da dire; tacevano, non perché oppressi, ma per la piena del cuore. Tacevano per intendere tutto, perché vi fosse silenzio perfetto; abbandonavano se stessi per partecipare a ciò che era accaduto.

(P. Lagerkvist)

giovedì 16 dicembre 2010

Provo piacere o sono piacere?

Il nostro linguaggio di tutti i giorni conosce troppo poche sfumature di significato per rendere onore a Epicuro e alla sua dottrina. E nemmeno il linguaggio erudito colma appieno questa lacuna, perché pochi settori della psicologia sono stati bistrattati e trascurati quanto la teoria degli affetti e dei sentimenti. L'antico filosofo rappresenta una splendida eccezione. Per Epicuro, per esempio, sarebbe ovvio distinguere fra "piacere" e "voluttà", fra "piacere" e "desiderio". Il linguaggio quotidiano, invece, che pensa e scrive per noi, le considera distinzioni cavillose - con grande svantaggio per tutti, oltre che per l'interpretazione di Epicuro. Osiamo quindi richiamare l'attenzione su tali "cavillosità": si capirà presto quanto sia profonda una massima di Epicuro che altrimenti potrebbe essere liquidata con una scrollata di spalle: "Solo la virtù è inseparabile dal piacere, tutto il resto invece è separabile come, per esempio, i cibi".
Premessa fondamentale per la comprensione di questa frase è la differenza fra "piacere" e "godimento", e fra "piacere" e "desiderio". Riassumendo si potrebbe dire: il piacere è una condizione tranquilla, una stasi, non un "movimento" come il desiderio, e nemmeno una presa di distanza come il godimento. Se godo di qualcosa, in parte sono presso me stesso, in parte presso l'oggetto, mentre nella condizione del piacere semplicemente sono, senza prendere alcuna distanza.
Lo specchio nella camera da letto potrebbe essere il simbolo adatto per il gaudente per metà coinvolto nel piacere e per metà distaccato: si gode, per così dire, attraverso un impegno parziale, una specie di piacere strabico, non ci si dona totalmente, né si è totalmente presi. Nel piacere puro mi schiudo: "fermati, sei così bello" dico all'attimo. Come scrive Nietzsche, ogni piacere esige l'eternità, mentre il dolore dice: passa!
Non ci si lascia andare completamente al "godimento", bensì si trae piacere da un oggetto di godimento separato da se stessi. Si prende posizione tenendosi a distanza.
Il linguaggio della fenomenologia ci consente di chiarire una caratteristica del piacere: non bisognerebbe dire "provo" piacere, bensì "sono" piacere, poiché la mia coscienza ne è totalmente coinvolta, mentre se dico che lo provo presuppongo una distanza fra il soggetto e l'oggetto del godimento. Per dirla in termini epicurei: chi gode ha già "separato" il quid del piacere.
Consideriamo per esempio il piacere erotico, così grossolano eppure in sè così tenero ("infantile" direbbe Freud). Il godimento erotico distanzia il partner, lo trasforma in un oggetto sessuale. Il piacere invece non distanzia, evitando di reificare l'oggetto nell'unico modo consentito al linguaggio; lo "assapora" inventando diminutivi e vezzeggiativi: la "cosa" e il "coso" vengono teneramente infantilizzati. Le donne la sanno lunga in materia, senza necessariamente conoscere Epicuro...
Seneca, uno tra i pochi stoici che presero le difese di Epicuro, scrisse per l'appunto: "Epicuro era un eroe, ma in abiti femminili".
Ma torniamo al piacere: se già il godimento intacca in qualche misura il piacere, il desiderio lo danneggia definitivamente, il desiderio rappresenta un movimento verso l'oggetto del piacere, che di per sé non è affatto piacere! Incita, ma non sa soffermarsi, provoca lo stress del raggiungimento.
Il piacere può quindi essere considerato "passivo" rispetto al desiderio che invece è "attivo".
Nel rapporto sessuale, che Sartre, con rozzezza solo apparente, considerava essenzialmente un rapporto sado-maso, c'è una certa parvenza di attività, in realtà c'è tanto poca azione quanto nel piacere di un bevitore nella sua bottiglia piena.
Se la differenza tra piacere, godimento e desiderio è chiara, allora non c'è più alcuna difficoltà a capire perché per Epicuro il piacere e la felicità siano identificati con la tranquillità.

domenica 12 dicembre 2010

Homo Ridens

E' strano che la maggior parte dei filosofi abbia considerato seriamente quasi tutto, tranne il riso. Il ridicolo, il "brutto innocuo" (Lessing), è evidentemente troppo inoffensivo, troppo "poco nobile" (Aristotele) per essere fatto oggetto di una riflessione orientata a coglierne l'essenza. Le categorie dei filosofi che ridono - gli ironici, i satirici, gli umoristi - si sono accontentate di utilizzare il comico come forma di comunicazione, cioè hanno elaborato e considerato il comico come problema estetico. Ma questo non è tornato a vantaggio del comico, considerato come strumento per mettere in dubbio il bello e il sublime, e quindi come una specie di concetto limite dell'estetica. Nemmeno la "Iniziazione all'estetica" di Jean Paul poté eliminare del tutto questo carattere indefinito, anche se nell'opera di Jean Paul, come nel romanticismo in generale, una forma del comico, l'ironia romantica, diventa una "sfera dell'esistenza" (Kierkegaard).
Si ride da quando esiste l'umanità, ma la dignità del comico ottiene un fondamento solo più tardi. Era necessaria una legittimazione della coscienza del limite, una comprensione esistenziale della verità. Fintanto che la verità era ritenuta afferrabile col pensiero solo da chi fosse in possesso di mezzi adeguati, anche la coscienza dei limiti diventava una disserzione sospetta, una capitolazione precipitosa di fronte alla fatica del concetto. Chi rideva si semplificava la vita, rinunciava al cammino angusto e faticoso che conduce alla meta. "Guai a voi che ridete, perché sarete afflitti e piangerete!" (Luca, 6,25).
Da un punto di vista antropologico si poté concedere che il riso, come del resto anche il pianto, faccia parte di quegli affetti "mediante i quali la natura promuove meccanicamente la salute" (Kant). In linea di principio però il riso e il comico restano un pudendum. Giustificare il comico significherebbe che l'intero sistema del mondo ben ordinato della serietà, insieme alla sua importanza per l'uomo che vi si inserisce e vi si orienta, sono precari, caduchi, se non addirittura bacati!
Oggi ci si chiede: cos'è il riso? Dopo matura riflessione si è giunti a stabilire che "non vi è nulla di buono, di bello, di sublime, di malvagio o di orribile in sé, bensì stati d'animo, in cui attribuiamo tali parole a cose che sono fuori e dentro di noi. Ci siamo ripresi di nuovo i predicati delle cose, o per lo meno ci siamo ricordati che noi li abbiamo prestati ad esse" (Nietzsche). Per inciso: la meccanica del riso a seguito di un impulso elettrico, del solletico, o della lettura di una storia comica è sempre la stessa!
Infine la teoria dell'espressione di Ludwig Klages ha preso in "seria" considerazione l'esigenza di fare delle stato d'animo dell'individuo che ride un punto di partenza per una teoria del riso: l'homo ridens non è più una degenerazione dell'homo sapiens.

2500 anni fa Buddha Sakyamuni spiegava che non c'è miglior tecnica spirituale per raggiungere l'illuminazione del riso...

giovedì 9 dicembre 2010

"Provai paura. Sembrava qualcosa di sovrumano. Niente di divino o diabolico, ma qualcosa che sembrava toccare direttamente, all'origine, la causa per cui un essere umano è un essere umano.
Fu questo a farmi paura. Questo qualcosa che è raro riuscire a toccare anche nel corso di tutta una vita. Che assomiglia a guardare direttamente un abisso profondo di cui è impossibile vedere la fine.
O come guardare il sole, senza protezione."

(B. Yoshimoto)

giovedì 25 novembre 2010

Il sutra di Hakuin

"Sin dal principio tutti gli esseri sono dei Buddha.
E' come l'acqua e il ghiaccio:
senza acqua non c'è ghiaccio,
al di fuori degli esseri viventi non c'è Buddha.
Non sapendo che è vicino, lo si cerca lontano.
Che peccato!
E' come essere nell'acqua e lamentarsi per la sete.
La causa del nostro vagabondare attraverso i sei mondi
è che viviamo nell'oscuro sentiero dell'ignoranza.
Di oscuro sentiero in oscuro sentiero...
quando sfuggiremo al ciclo delle rinascite?
La meditazione Mahayana va oltre ogni nostra lode.
Tutto riporta alla pratica della meditazione.
Grazie ad una sola seduta
si distruggono innumerevoli eoni di karma negativo.
Come potrebbero esserci sentieri sbagliati?"

(Hakuin, maestro Zen del XVII secolo)


"Sin dal principio tutti gli esseri sono dei Buddha".
Quest'unica frase è sufficiente. E' l'inizio, il centro e la fine. E' tutto.
Lo Zen chiama questa frase "il ruggito del leone". In un colpo solo questa frase ti ha liberato, ti ha salvato da te stesso: tu sei un Buddha.
Con una frase Hakuin ha concluso. Il resto del canto è per coloro che non sono in grado di capire la prima affermazione.

lunedì 22 novembre 2010

La cultura impone costrizioni

La cultura impone costrizioni non solo alla sua esistenza nella società, ma anche alla sua esistenza biologica, e non solo a settori della sua esistenza umana, ma alla sua struttura istintuale stessa.
Ma queste costrizioni sono la condizione preliminare del progresso. Lasciati liberi di perseguire i loro obiettivi naturali, gli istinti fondamentali dell'uomo sarebbero incompatibili con ogni duratura associazione e conservazione: distruggerebbero perfino ciò che abitualmente uniscono.
L'Eros incontrollato è altrettanto funesto del suo antagonista, l'istinto di morte. La loro forza distruttiva deriva dal fatto che essi tendono ad una soddisfazione che la cultura non può concedere: alla soddisfazione come tale e fine a se stessa, in qualsiasi istante.
Gli istinti devono quindi essere deviati dalla loro meta, ed essere inibiti nel loro scopo. La civiltà comincia quando si è rinunciato efficacemente all'obiettivo primario, alla soddisfazione integrale dei bisogni.
Le vicissitudini degli istinti sono le vicissitudini dell'apparato psichico nella civiltà. Gli impulsi animali diventano istinti umani sotto l'influenza della realtà esterna. Freud descrisse questo cambiamento come la trasformazione del principio del piacere in principio della realtà.


(H. Marcuse, 1955)

martedì 16 novembre 2010

Il principio della performance

Il principio della realtà nel nostro ordinamento sociale assume un aspetto particolare che viene definito da Marcuse "principio della performance". Questo concetto della prestazione, del rendimento, della produzione non è certo nuovo come oggetto di critica, in Marcuse però la performance assume un significato più generale e viene criticato in quanto principio normativo di tutti i rapporti umani nella società industriale avanzata. Ciò non impedisce, tuttavia, che esso sia anche un problema politico e obbedisca ai modi dello sviluppo capitalista. Da questo punto di vista si può dire che il principio della performance appare come una norma etica che corrisponde alla fase della mercificazione del lavoro: esso riassume in un solo concetto sia la maggior autonomia di decisioni dell'operaio e del tecnico moderno, sia, allo stesso tempo, i più stretti vincoli di questi ai principi generali che informano il procedere dell'azienda. Questo particolare tipo di principio della realtà pretende l'inserimento totale del lavoratore in un meccanismo che di fatto gli sottrae la possibilità di prendere decisioni importanti, cioè in un meccanismo che inserisce ogni sua azione in una situazione già scelta, e predetermina ogni sua scelta in funzione di un criterio del rendimento che ne orienta l'azione verso interessi che non gli appartengono.

giovedì 4 novembre 2010

La somministrazione controllata della libertà sociale

Certamente si ha il diritto di mettere in pratica la non-repressività anche all'interno della società costituita: dalle stravaganze dell'abbigliamento agli espedienti più folli della vita diurna e notturna. Ma nella società costituita questo genere di proteste si muta in uno strumento di stabilizzazione e perfino di  conformismo, poiché non solo lascia intatte le radici della malattia sociale, ma anche testimonia di una illusoria libertà individuale all'interno della repressione generale.
E' certamente un bene che queste libertà del privato siano ancora praticabili e praticate, ma la generale mancanza di libertà sociale conferisce loro un significato regressivo. Un tempo questi sfoghi individuali della repressione erano privilegio esclusivo di una limitata classe alta, mentre in condizioni eccezionali venivano concessi anche agli altri strati meno privilegiati della popolazione. In contrasto a ciò, la civiltà industriale avanzata democratizza le autorizzazioni allo sfogo.
Questa forma di compenso serve a rafforzare il governo che la consente, e le istituzioni che somministrano il compenso.

lunedì 25 ottobre 2010

Sogni e illusioni

Sogno ed illusione non sono la stessa cosa, sono anzi profondamente diversi, almeno nella mia testa.
Il sogno è una meta, un obiettivo, il cui raggiungimento perseguo con tutta la mia possibile determinazione.
L'illusione è un piacere, un piccolo lusso quotidiano, un rifugio dalla noia.
Il sogno può esser causa di sofferenza, giacché è fonte di aspettative che non sempre riesco a realizzare.
L'illusione no, perché è fine a se stessa, perché la vivo con la piena consapevolezza che si tratta appunto solo di un'illusione.
Dei sogni sto cercando di sbarazzarmi.
Delle illusioni mi nutro per sopravvivere.

venerdì 22 ottobre 2010

Sexus e caritas

Amore è compassione. Qui Schopenhauer è d'accordo con Sant'Agostino, ma senza tutto l'armamentario teologico, bensì come una specie di mistica senza Dio.
Tale amore, per Schopenhauer , è senza alcun rapporto di continuità con il mondo e i suoi desideri, è semmai il contrario. Quel demone ostile che cerca di stravolgere, scompigliare e rovesciare tutto, affinché ogni Hans ottenga la sua Grete, ossia l'amore sensuale, è tutt'altro rispetto alla profonda compassione verso il prossimo. Nell'amore sensuale vogliamo solo possedere, oppure sentirci importanti, questo non merita il nome di amore. Ma il filosofo solleva un'interessante eccezione: il legame tra sexus e caritas, per esempio nell'Otello di Shakespeare, che durante l'interrogatorio dice: "Lei mi amò per i tanti pericoli passati, e io l'amai perché ne aveva tanta pietà. Questa è tutta la magia che usai con lei".
Perciò la compassione è la forma più elevata di conoscenza. Realizzabile però solo in assenza di volontà.
Il venir meno della volontà non è uno stato d'animo negativo o nichilista, come potrebbe esserlo nel suicida, bensì una sorta di serenità più alta, che tutti sperimentiamo quando desideriamo spontaneamente il bene di un altro senza aspettarci nulla in cambio.Questo stato di serenità trascendentale non si può ottenere con la volontà.

sabato 16 ottobre 2010

L'Arte è dramma?

Di fatto  la bellezza che godiamo nell'arte è una rappresentazione della realtà. E in modo del tutto speciale questo vale per la musica che, come dice Beethoven, è "rivelazione più elevata di ogni saggezza e filosofia".
Il concetto però è sterile nella musica come ovunque nell'arte: il compositore svela l'essenza più interiore del mondo ed esprime la saggezza più profonda. Anche nella spiegazione di quest'arte prodigiosa il concetto mostra la sua insufficienza e i suoi limiti.
Ma perché l'arte porta una, seppur momentanea, sensazione di felicità? Forse perché ci eleviamo per un attimo al disopra del tumulto del desiderio e del possesso...
La musica, ad esempio, non ci procura mai vera sofferenza, ma rimane piacevole anche nei suoi accordi più dolorosi, e attraverso il suo linguaggio apprendiamo volentieri la storia segreta della nostra volontà e di tutti i suoi moti e i suoi sforzi, con i suoi molteplici rinvii, ostacoli e tormenti, anche nelle melodie più malinconiche. Ma ecco, siamo di nuovo al guardaroba, in lotta per il cappotto, il tram, il taxi... il mondo come sistema di fini si è di nuovo appropriato di noi: ritornare a casa per tempo, domani al lavoro, dormire a sufficienza, mantenere le energie per la lotta per l'esistenza...
L'arte dunque non è la cosa più alta e vera, bensì soltanto un dramma nel dramma, perché non libera per sempre.

lunedì 11 ottobre 2010

Il disturbo della passione

D'improvviso si vedono due anime strettamente aggrovigliate, con viscere sanguinanti.
Perché può trattarsi dell'estrema separazione oppure del primo impetuoso incontro, o ancora di una coppia spiata o dell'appoggiarsi e stringersi di un uomo morente dimenticato: nessuno sa perché, ma non fa piacere ricordare che i supremi misteri della gioia e del dolore, ritenute le emozioni più profonde del nostro essere, toccano tutti senza differenze.
Tutto ciò appare come un'interferenza, come un giungere troppo vicini... allora si arretra, si cerca spontaneamente di riconquistare l'equilibrio turbato e invece di provare compassione si è spinti da un istinto perverso di legittima difesa a sentire il disturbo o il ridicolo di quanto si è visto.
E ci si scontra sempre con quel che di impersonale che impedisce di capire come una creatura umana possa diventare il centro di tanta passione.

venerdì 8 ottobre 2010

Leggere è una pratica sociale

E' noto che la lettura (il saper leggere) è stato per millenni un brutale operatore di discriminazione sociale. La scrittura-lettura (poiché non vi è l'una senza l'altra) è stata legata sin dall'inizio (con gli scribi egizi) alle sfere del potere e della religione.
In quanto padrona del tempo, della comunicazione, della memoria, del segreto, essa non poteva essere che uno strumento privilegiato di potere, anche se questo sapere era delegato ad una casta di tecnici che dipendeva dal potere.
Questo è il motivo per cui l'alfabetizzazione è sempre stata legata alle lotte politiche e sociali della storia.
Nel momento in cui è concepita come la messa in comunicazione di una conoscenza, la lettura diviene una "via". La lettura è allora prescritta come un esercizio di vita, ma la lettura-saggezza può essere controproducente: si sviluppano miti, sia che le si contrapponga la vita trionfante del corpo, dei sensi, del sesso, sia che la si svaluti come un'ultima dimostrazione di vanità umana.

martedì 5 ottobre 2010

Il dramma del dubitatore

Il dramma del dubitatore è più grande di quello del negatore, perché vivere senza scopo è di gran lunga più difficile che vivere per una cattiva causa.
Il principale ostacolo al mio equilibrio è uno stato diffuso di non adesione, una rottura con l'essere, una negazione incerta di se stessa, non idonea, oltretutto, a tramutarsi in affermazione. Essa si adatta bene alle mie infermità mentali, e si adatterebbe ancor meglio a quelle di chi, stanco di negare, si trovasse all'improvviso senza occupazione. Smettendo di credere al male, per nulla incline al bene, si vedrebbe privo di missione e di fiducia in sé, reietto senza le consolazioni del sarcasmo.
Poiché l'affermazione e la negazione non differiscono qualitativamente, il passaggio dall'una all'altra è naturale e facile. Ma, una volta sposato il dubbio, non è né facile né naturale ritornare alle certezze che esse rappresentano.
Il grande valore pratico delle certezze, però, non deve nasconderci la loro fragilità teorica: esse appassiscono, invecchiano, mentre i dubbi mantengono una freschezza inalterata...
Infeudarsi, assoggettarsi, ecco l'occupazione principale di tutti; e proprio questo io rifiuto, perché so che “decidersi” equivale a “servire”, e ogni “non scelta” è una sfida al castigo.

venerdì 1 ottobre 2010

Similitudini

Il mare è semplicissimo eppure complesso come strutture cristalline o come gli odori molteplici di certi fiori. Sono ragione di sgomento, di silenzio e di esultanza. Come sottrarsi all'enigma di una miriade di dati diversi, visioni, profumi, rombi assimilati in qualcosa di unico e unitario?
Questo è lo spettacolo indicibile che intrattiene gli osservatori del mare: il brivido delle luminescenze sulla cresta delle onde, il loro trascolorare incessante, il profilarsi di correnti più fonde e oscure sulla superficie, l'ansito vasto, la moltitudine di odori che si congiungono in una unità che assorbe.
Una vita umana intriga per l'identico motivo, per la fusione di realtà separate. Anche un individuo è un mare di persone diverse: ereditate, imitate, subite, assimilate, confuse, spesso nemiche fra loro, per buona parte inconsce, tutte comunque riassunte nell'impressione unica e complessiva e inconfondibile, per cui un uomo ci colpisce come una schietta individualità e tuttavia sappiamo che è un caos. Come la distesa dei flutti. Costantemente mutevoli e frastagliati, l'uno e l'altro.

lunedì 27 settembre 2010

L'illusione delle rappresentazioni della felicità

"C'è solo un errore innato, ed è quello di credere che siamo fatti per essere felici. Ci è innato perché crolla solo con la nostra stessa esistenza, e tutto il nostro essere è solo la sua parafrasi, il nostro corpo il suo monogramma. Noi siamo infatti solamente volontà di vita. Ma ciò che intendiamo con il concetto di felicità è la progressiva soddisfazione di tutti i nostri bisogni. Finché perseveriamo in questo errore innato, per giunta grazie a dogmi ottimistici che in esso ottengono conferma, il mondo ci appare pieno di contraddizioni. Poiché a ogni passo, grande o piccolo, sperimentiamo che la vita e il mondo non sono assolutamente fatti per un'esistenza felice".
La frivola caccia alla felicità è il primo dato di fatto, l'impossibilità fattuale di raggiungerla il secondo. Ostinati come siamo, la lotta per l'esistenza ci si presenta come una caccia alla felicità. Tutti gli esseri viventi vi partecipano, trascinati dal demone maligno della "volontà", cui importa soltanto che l'inseguimento continui possibilmente per sempre. SI tratta in realtà, come osserva Nietzsche, di una volontà senza scopo, e i presunti obiettivi di felicità sono solo "rappresentazioni", illusioni che la volontà ci suggerisce per non farci mai fermare.
Altrettanto illusorio è quando l'uomo si sente "maledettamente bene", o che creda di star vivendo i suoi rari momenti di "vera felicità", in linea di massima anche qui si tratta solo di "fame appagata".
Se continuiamo con l'osservazione del genere umano nel suo insieme, la faccenda si fa più complicata e acquista una certa aria di serietà, ma il tratto fondamentale rimane invariato. Anche qui la vita non si prospetta come un dono da godere, bensì un compito, un lavoro da svolgere. E quindi constatiamo, nel grande come nel piccolo, miseria generalizzata, fatiche incessanti, pressione costante, infinita lotta, attività forzata, con estremo sforzo di tutte le energie fisiche e mentali.
Milioni di individui, riuniti in popoli, si affannano per il benessere comune, ognuno per difendere il proprio, ma a migliaia cadono vittime in questa lotta. Ora una follia insensata, ora una politica contorta, li istigano alla guerra fra loro. Allora devono scorrere il sudore e il sangue, per affermare le idee dei singoli o espiare i loro errori. Il conflitto perciò non è padre di tutte le cose, ma piuttosto il vero volto della vita, una sorta di proseguimento della pace con mezzi più energici.
Ogni opera epica o drammatica può rappresentare sempre solo la ricerca affannosa, gli sforzi e le lotte per raggiungere la felicità, ma mai una felicità duratura e realizzata. Essa conduce i suoi eroi attraverso mille difficoltà e pericoli fino all'obiettivo, appena viene raggiunto, fa calare velocemente il sipario. Perché a quel punto non le resterebbe altro che mostrare che la splendida meta, nella quale l'eroe immaginava di trovare la felicità, aveva ingannato anche lui e che, dopo averla conquistata, le cose non gli andavano meglio di prima, o quantomeno, nella migliore delle ipotesi, la noia sopraggiungeva presto.

venerdì 24 settembre 2010

Pigro

Resto
resto a letto
mentre sento già l'odore del caffè
ho tante cose da fare
ma non m'importa niente

Pigro
come un gatto e di più
cerco un'idea per dipingere
la mia coscienza sociale
o il buco dell'ozono

Quello che la gente dice
adesso non mi piace
quello che il mondo produce
no, non è mai pace

Ho bisogno di te
ho un maledetto bisogno di te
per riempire il mio cuore
per mettermi in discussione
ho un maledetto bisogno di te
per sentirmi sveglio
per dire che forse è meglio
avere tante abitudini
che diventare pigro

Presto
è già tardi
e ti guardo mentre bevi il mio caffè
il tempo non perdona
non ti perdona niente

Ma ho bisogno di te
ho un maledetto bisogno di te
per riempire il mio cuore
per mettermi in discussione
ho un maledetto bisogno di te
per sentirmi sveglio
per dire che forse è meglio
avere tante abitudini
che diventare pigro

Quello che la gente dice
adesso non mi piace
quello che il mondo produce
no, non è mai pace
non è mai pace

(Pino Daniele)

venerdì 17 settembre 2010

Non possediamo il numero giusto

I figli di Prajapati ora pensavano al Padre. Non avevano voluto conoscerlo. Ora ne sentivano l’assenza. La sua eredità era tutto, ma un tutto frantumato. 
Il Padre disse: ”Voi non sapete ricompormi in tutte le mie forme. Mi fate in eccesso o in difetto. Perciò non diventerete immortali”. Qui tacque, mentre gli dei sprofondavano nell’angoscia. 
Poi Prajapati riprese a parlare:”Prendete trecentosessanta pietre di recinzione e diecimilaottocento mattoni, tanti quante sono le ore dell’anno (un muhurta dura quarantotto minuti). Ogni mattone ha un nome. Disponeteli in cinque strati. Aggiungetene altri fino a che siano undicimilacinquecentocinquantasei ...”. 
Quel giorno Prajapati enunciò come doveva essere edificato l’altare del fuoco. 
I figli di Prajapati, prima gli dei e poi gli uomini, capirono quel giorno che per vivere occorreva innanzitutto ricomporlo e ricomporsi, ricostruire pezzo per pezzo il proprio corpo e la propria mente. Perché, se Prajapati si era disperso e disarticolato ovunque nel mondo, come potevano essi, pulviscolo delle sue ossa, pretendere di non essere dispersi e disarticolati?
Di questo si trattava: costruire un immenso rapace composto di mattoni; come avrebbero potuto altrimenti conquistare il cielo?
E qui li soccorse l’etimologia amica del pensiero. Mattone dicevano: citi. Ma che cos’è citi? E’ cit, che significa “pensare intensamente”. 
Ogni mattone squadrato e cotto era un pensiero. La sua consistenza era lo spessore dell’attenzione. Ogni pensiero aveva il profilo di una pietra. Non spariva, non si lasciava inghiottire dal mulinello della mente. Diventava qualcosa su cui poggiare. Su di esso poggiava il pensiero successivo. E lentamente si innalzava una parete.
Questo significa: l’altare del fuoco. Ma fu così? Non potremo dirlo mai.
Perché? Quando arrivavano a quel punto, il tempo si era esaurito, l’anno si estingueva. Occorreva ricominciare. Tutti i sacrifici sono insufficienti per diventare immortali, eccetto la costruzione dell’altare del fuoco, perché usano troppi o troppo pochi elementi. Non possiedono il numero giusto.
E il numero giusto è quello che corrisponde alla totalità del tempo.

Ma che cosa ci dà questa fiducia, sraddha, nel numero e nella costruzione?
Visti da lontano sembriamo muratori dementi, osservati da vicino siamo una sfida a trovare il senso.

(R. Calasso)



domenica 12 settembre 2010

Stanze segrete che non sono stanze

Quanto si conosce di chi ci vive accanto? Quanto davvero riusciamo a scorgere?
Certo, sappiamo che in ognuno esiste una "zona segreta", ma solitamente immaginiamo sia solo un angolino nell'economia interiore delle persone che amiamo.
Forti della conoscenza e della fiducia, sicuri di questa proporzione, accettiamo la parte di ignoto che dorme accanto a noi. Ignari che, probabilmente, quell'angolino è in realtà un intero appartamento...
.

domenica 5 settembre 2010

Libertà responsabile

Una persona che abbia il minimo senso di che cosa vuol dire 'responsabilità' sa benissimo che una scelta non si fa una volta per tutte, che in ogni istante successivo occorre decidere se sostenerla o meno, e quindi di rinnovarla, se “farla di nuovo”. In qualunque momento potresti comportarti come Gauguin: mollare tutto e andartene nei mari del Sud per seguire una qualche tua vocazione, e so lo facessi troveresti senz’altro, a posteriori, buoni motivi per averlo fatto. I motivi dunque non sono determinanti, né per andare né per rimanere, e certo non è determinante per rimanere un giorno di più il fatto che tu sia rimasto per tutto questo tempo. La vita va costantemente reinventata dalle proprie decisioni, anche se queste finiscono per reinventarla sempre uguale (saper di poter cambiare non significa necessariamente dover cambiare, ma solo averne consapevolezza e quindi assumersene la responsabilità).
Bene, dirai, il mio futuro è nelle mie mani: tocca a me scegliere se mi manterrò fedele a quel che sono stato finora o cambierò invece totalmente registro; ma qualunque scelta io faccia o abbia mai fatto è stata condizionata dalla situazione in cui mi trovavo, dalle carte che avevo da giocare, dalle effettive opportunità che mi si presentavano; in una certa misura il mio futuro è determinato dal mio passato e su quel passato io non ho scelta, o non ce l’ho più. Da un lato infatti molte delle opportunità che ho avuto, o non ho avuto, le devo ad eventi accaduti prima della mia nascita, o prima che avessi coscienza e volontà; dall’altro, anche per le scelte che ho fatto io, ormai le ho fatte e non posso più modificarle. Buona parte di quel che sono, insomma, è quel che sono stato, e su quella parte non ho più voce in capitolo.
Ma non è del tutto vero. Quel che è successo in passato avrà effetto su di te solo in quanto è interpretato in un certo modo, e sarai tu a decidere come interpretarlo: che significato e che potere attribuirgli.
In momenti diversi anzi potrà capitarti di dare interpretazioni diverse e quindi cambiare l’effetto che il passato ha su di te. Ti faccio un esempio: metti che un giorno il tuo datore di lavoro ti rifiuti un aumento di stipendio; su questo evento tu non hai avuto alcuna influenza, ma quale influenza avrà l’evento su di te? Ti chiuderà delle opportunità o invece te ne aprirà? L’unica risposta possibile è: dipende da quel che farai, che deciderai di fare in seguito. Potresti rimanere dove sei, nel qual caso senza aumento non avresti i mezzi per comprarti quella cosa che desideravi tanto, o per inscriverti a quel corso che ti interessava. Ma potresti anche andartene e trovare un lavoro migliore e di lì a poco essere in condizione di soddisfare quei tuoi desideri. Se rimani ti dirai che dovevi farlo “con tutta la disoccupazione che c’è in giro è meglio tenersi il proprio posto, e comunque è necessario superare questa delicata congiuntura economica, anche quella del mio datore di lavoro è una scelta forzata”. Se te ne vai ti dirai “ormai è chiaro che in questa ditta non ho più futuro, non è il caso di illudersi, prima che mi caccino loro conviene che me ne vada io”. E se per un po’ rimani e alla fine decidi di andartene, ti racconterai prima una storia e poi l’altra.
Quale di queste storie è vera? E che cosa la rende vera? Il fatto che hai scelto di comportarti in un certo modo e avendolo scelto hai proiettato una certa lettura sugli eventi passati, e di conseguenza li hai vissuti come determinanti in un senso o nell’altro. E non venirmi a dire che non di vera scelta si è trattato, che tanti impercettibili fattori si sono accumulati fino al punto di esercitare su di te sufficiente pressione psicologica e costringerti ad agire come hai agito, perché questa soluzione non farebbe che riproporre lo stesso problema: quanti fattori si devono accumulare? fino a che punto? fino al punto forse in cui decidi di averne avuto abbastanza, cioè decidi che la pressione è sufficiente e così facendo la rendi sufficiente?
Lungi dall’essere condizionati dal passato, in realtà siamo noi che lo condizioniamo, che ne determiniamo le conseguenze.
Bisogna dunque che estendi a tutta la tua vita la stessa consapevolezza che già ti guida in esperienze di minore entità. Devi capire che non c’è nulla che tu semplicemente riceva da altri, e non c’è valore che riposi su un fondamento a te estraneo. Tutto quel che sei, passato, presente e futuro, tutto ciò in cui credi o a cui ti senti legato, è frutto di un tuo atto fondamentale di scelta, di una decisione compiuta in assoluta libertà. E qui bisogna intendersi: non sto parlando della scelta se andare o meno al cinema e neanche della scelta se condividere la tua vita con quell’uomo o meno, se fare questo lavoro o dedicarsi a quella causa. Non ho difficoltà ad ammettere che una persona come te, con la tua personalità e le tue inclinazioni, non potrebbe comportarsi diversamente. Ma sostengo che sei tu a stabilire, mediante l’atto fondamentale di cui dicevo, che individuo sei. Non ci sono tratti genetici o influssi ambientali che tengano: quali che essi siano, l’esito (cioè te stesso) potrebbe essere opposto. Se si realizzerà un certo esito, ti sarai piegato a questi condizionamenti; se se ne realizzerà un altro, ti ci sarai ribellato. In un caso sarai (supponiamo) una persona rassegnata e nell’altro caso una persona positiva, e, a seconda di quale persona sarai (= avrai scelto di essere), il mondo intero apparirà in una certa luce: tutto quel che ti capiterà sarà causa di rassegnazione o invece di gioia.
Scegliendoti sceglierai tutte queste conseguenze e tutte queste cause!

venerdì 27 agosto 2010

Aspettando il nostro Godot

Non conosco parabole più profonde per illustrare la dialettica della felicità di quella del violoncellista del racconto di Saroyan.
Giorno e notte un uomo suonava il suo violoncello. Sempre e solo una nota. Per anni.
Una notte la sua donna, lo interruppe finalmente con l'osservazione: "Mio caro, il violoncello è uno splendido strumento, ma gli altri violoncellisti lo usano in modo diverso, non suonano una nota sola, su un'unica corda, con lo stesso colpo d'archetto. No, con l'archetto passano da una corda all'altra, cambiano altezza, suonano con diverse dita...", ma l'uomo lo interruppe: "Donna, hai i capelli lunghi ma il comprendonio corto. Gli altri cercano la nota, io l'ho trovata".
E continuò a suonare la "sua" nota.
Questo violoncellista aveva una concezione "non dialettica" della felicità, come la maggioranza degli uomini. Poiché quella sola nota, di per sé presa, ha così poco a che vedere con la musica, quanto il "principio di piacere" con la felicità; ma gli uomini isolano volentieri l'istantanea della felicità dal film della loro vita e dicono: "Ecco, questo è piacere!". Tutti cercano così un piacere statico, un'oasi, il loro "spazio nella più piccola capanna", il loro paradiso, la loro società senza classi, il loro eterno alleluja in vesti bianche. Pascal dice: "tutti gli uomini cercano di essere felici, anche quello che sta per impiccarsi". Anche l'ateo aspetta il suo Godot.
Quindi, che la felicità sia pure dolce, aspra o amara, ma che sia tutta d'un pezzo, come un che di tondo che si dovrebbe possedere, acquisire, cercare; questo è il motore della nostra vita. Nei particolari tutto può essere molto relativo, c'è chi ama il grido della civetta, e chi il canto dell'usignolo, ma tutti cerchiamo la "nota singola", il grande punto esclamativo. Chi oserebbe romperci le uova nel paniere? Anche se a volte farlo dà un piacere sadico... Che importa se non è un piacere delicato, di sicuro è forte! Sembra che non riusciamo ad uscire dal circolo vizioso: la "nota singola" è noiosa, ma la cerchiamo tutti.
Forse qui è Schopenhauer l'autorità più competente in materia, poiché egli giunge almeno a questo risultato: la nostra infelicità consiste proprio nella nostra costante aspirazione alla felicità, foss'anche una banale felicità domestica. Ebbene c'è chi dice che il pessimismo di Schopenhauer sia a sua volta "solo una nota", un basso continuo, per dirla in termini musicali. Alri però, a cominciare da Kierkegaard, ci mettono sull'avviso: Schopenhauer non avrebbe affatto vissuto in prima persona il suo pensiero pessimistico, in realtà era un epicureo che si divertiva a fare il pessimista...

mercoledì 25 agosto 2010

I motivi delle nostre azioni

L’atto intellettuale, il processo cerebrale vero e proprio di un pensiero è qualcosa di essenzialmente diverso da ciò che noi notiamo come pensiero:
le idee di cui siamo consci sono la parte minima di quelle che abbiamo.
I motivi delle nostre azioni si celano nell’oscurità, e quelli che noi riteniamo essere i motivi non basterebbero nemmeno a far muovere un dito.

(Nietzsche)

lunedì 23 agosto 2010

Le curve disordinate della tua anima

Tu che abiti ogni palpito del mio cuore,
sento ancora le curve disordinate della tua anima.
Ora ho un presente senza tempo,
senza sogni che lo riempiano.

La mente suggerisce risposte che fan contrarre lo stomaco,
il cuore nega, per sopravvivere.
Ecco, il dolore si arrampica lungo la schiena,
cerco un respiro profondo, ma il corpo rifiuta.

Il tuo sorriso era un'onda d'oceano
che sprofondava nel mio cuore insabbiato.
Ora trascino i miei giorni
svuotati della tua luce.

La tua è una bellezza segreta,
che non ha mai smesso di toccarmi.
Ora vive solo dentro ai miei occhi chiusi.

venerdì 30 luglio 2010

I confini delle mie sensazioni

La prima certezza, che mi divenne chiara, fu quella di non avere un'esistenza descrivibile, sicura e garantita, di non avere un "io" identificabile.
I confini delle mie sensazioni erano sempre sul punto di cambiare, svanire. Quando provavo sentimenti, emozioni, curiosità, o fastidio mi domandavo sempre da dove potessero arrivare. Non fingevo, esistevano, l'uno a fianco all'altro, colui che li  provava  e colui che li osservava. Che agissi, fremessi e restassi immobile: chi ero io?
Così sentivo fiumi di sentimenti, eppure non ero propriamente io a farlo. Era una mia parvenza. Ma era una parvenza anche l'osservatore distante. Osservava in me lo scorrere delle emozioni una coscienza che non ero io, anzi era nitidamente distinta da me, quale mi conoscevo e quale apparivo esternamente: non era né me, né in me, né fuori di me.
Quanto ai pensieri che mi affollavano la mente fino a che punto erano miei? Di dove provenivano?
Né io li prendevo mai del tutto sul serio.

mercoledì 28 luglio 2010

Ricordi

Una sera, avrò avuto circa dieci anni, non riuscivo a prendere sonno,
all’improvviso nel buio sentii una mano accarezzarmi la testa,
balzai su dal letto e accesi la luce…
ma non c’era nessuno…

non significa nulla,
ma è uno dei ricordi più vivi che ho.

domenica 25 luglio 2010

La voce dell’Intrattabile

Malgrado il dolore, il disagio, i dubbi, le angosce, malgrado il desiderio di uscirne, dentro di me non riesco a smettere di affermare l’amore come un valore.
Ascolto tutti gli argomenti che i sistemi più disparati adoperano per demistificare, limitare, cancellare, insomma a svilire l’amore, ma mi ostino: “Sì certo, lo so, però…”. Attribuisco il discredito nei confronti dell’amore ad una sorta di moderna morale oscurantistica, a un realismo-farsa, alla religione della soddisfazione perenne (desidero-ottengo-utilizzo-cambio), a cui tento di oppormi.
A tutto “ciò che non va” nell’amore, contrappongo l’affermazione di ciò che in esso vale. Questa caparbietà è la protesta dell’amore: dietro il coro delle buone ragioni per amare diversamente, si fa udire una voce che dura un po’ più a lungo: la voce dell’Intrattabile.
Il mondo pone ogni iniziativa di fronte a un’alternativa: quella della riuscita o del fallimento, della vittoria o della sconfitta. Io abbraccio un’altra logica: contraddittoriamente io sono al tempo stesso felice e infelice, per me “riuscire” o “fallire” hanno soltanto un significato contingente, effimero (ma ciò non toglie che le mie pene e le mie gioie siano violente); quello che, sordamente e ostinatamente, mi anima non è affatto calcolato: io accetto e affermo, fuori del vero e del falso, fuori di ciò che è riuscito e di ciò che è fallito; non mi pongo alcuna finalità, vivo secondo il caso; se misurato non ne esco né vinto né vincitore: sono tragico.
Mi si dice: questa specie di amore non dà frutti, ma come poter valutare ciò che fruttifica?
Abbandono gravi incombenze, ragionevoli scrupoli, comportamenti imposti dal mondo, a beneficio d’un compito inutile: il Dovere amoroso. Con discrezione faccio  delle cose pazze: sono l’unico testimone della mia follia.
Quello che l’amore mette a nudo in me è l’energia. Tutto ciò che faccio è guidato da questa folle energia (posso perciò vivere lamentandomi), ma il suo senso è una finalità inafferrabile: esso non è altro che la coscienza della mia forza. Le inflessioni dolenti, colpevoli, tristi, tutto il reattivo della mia vita d’ogni giorno è sconvolto. Io sono solo con la mia energia, votato alla mia propria filosofia.

venerdì 23 luglio 2010

Teoria umorale

La vita è breve,
l'arte vasta,
l'occasione istantanea,
l'esperienza ingannevole,
il giudizio difficile.

(Ippocrate)

martedì 20 luglio 2010

La conoscenza di sé si paga

Si vive soltanto per difetto di sapere, non appena si “sa”, non si è più in armonia.
Quando si vede quale importanza assumano le apparenze per la coscienza è impossibile sottoscrivere la tesi del Vedanta, secondo la quale "la non distinzione è lo stato naturale dell'anima". La verità è che l'anima è naturalmente portata alla molteplicità.
Non è nell'inerzia che ci si uccide, ma in un eccesso di furore contro di sé, nell'esasperazione di un sentimento che potrebbe suonare così: "Non posso sopportare più a lungo di essere deluso da me stesso".
A mano a mano che  scendiamo nei nostri segreti, passiamo dall'imbarazzo, al malessere e dal malessere al disgusto: la conoscenza di sé si paga sempre troppo cara! Come d'altronde la conoscenza in genere. In un universo “spiegato” nulla potrebbe avere ancora un senso.
Non è tanto per reazione di difesa quanto per pudore, per desiderio di nascondere la loro irrealtà, che i vivi portano tutti una maschera: decisamente non è bello indugiare sotto l'Albero della Conoscenza...
Vi è qualcosa di sacro e di bello in ogni essere che non sa di esistere.
Chi non ha mai invidiato la vita vegetale ha solo sfiorato il dramma umano.

giovedì 15 luglio 2010

L'acqua, la musica, il profumo

L’acqua scende a fiumi, liberando un’infinità di profumi dal bosco, profumi che sembravano nascosti in attesa dell’arrivo dell’acqua, esistenze effimere trascinate via dalla stessa forza che le ha generate, ma che in quegli attimi sovraffollano i miei sensi, chi con dolcezza, chi con arroganza, e con una vaga inquietudine cerco di respirali tutti, come se fosse l’ultima cosa da fare, l’unica che valga la pena di essere vissuta, ma appena ne colgo uno subito un altro richiede il suo diritto di esistere e di possedermi, e in quell’orgia di odori perdo quasi la percezione di me stesso.
La memoria sovreccitata si affolla di ricordi, ogni profumo è una sensazione precisa, è una gigantesca orchestra che suona la mia anima, ma è un’orchestra dove gli strumenti non emettono suoni ma profumi, innumerevoli e sapienti dita fatte di gocce d’acqua si posano proprio sopra quei fiori o quelle foglie per ricavare quell’esatta miscela di profumi, per poi cambiare ancora e ancora, come se non avessero fatto altro per tutta l’eternità, e quei fiori e quelle foglie docili sotto la pioggia, mi regalano la loro essenza più intima, come se mi svelassero i loro più reconditi segreti.
Ma l’acqua continua a scendere anche su di me, quasi volesse sciogliermi e trasformarmi in pianta, così da poter suonare le mie foglie e far partecipe tutto il bosco anche dei miei segreti e della mia natura più nascosta
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domenica 11 luglio 2010

Il verme nel labirinto

Non nasciamo tutti con le stesse possibilità e potenzialità.
Esistono persone che si ritrovano con un solido equilibrio psicologico, una disposizione naturale verso i valori dell’Uomo, una spontanea capacità di gestire le proprie emozioni, di relazionarsi con gli altri, insomma con una sorta di intelligenza emotiva naturale senza che gli sia necessaria alcuna fatica, ma esistono anche altri (e sono i più) per i quali ogni giorno è uno sforzo verso una meta che sanno già di non poter raggiungere, ma è nello sforzo stesso che si identificano e danno un significato alla loro esistenza.
Avevo un’ amica, si chiama L., che è già nata con queste virtù, non ha fatto alcuno sforzo per diventare quell’incredibile persona che chiunque abbia avuto la possibilità di conoscere poi ammira.
Per sua stessa ammissione lei è sempre stata così: una persona con una profondo senso dell’equilibrio, con una forza vitale, un ottimismo ed una libertà di spirito inattacabili.
Ma non ha nessun merito in tutto questo, per lei è assolutamente naturale essere così; non sa e non potrà mai sapere dell’eterna lotta che  le persone come me devono invece combattere tutti i giorni contro la propria natura per tentare di divenire degni di essere chiamati Uomini, non può capire l’angoscia della consapevolezza della propria meschinità e mediocrità e l’enorme fatica del tentativo di uscire dal buio.
Più di una volta l’ho vista giudicare, dall’alto della sua levatura morale (innata, non sudata), altre persone, senza capire che non abbiamo tutti gli stessi mezzi: un verme non potrà mai volare, ma è più ammirevole un’aquila che volteggia regalmente altissima nel cielo (senza nessun merito per essere nata aquila) o un verme che tenta disperatamente di camminare piuttosto che di strisciare?
La risposta è evidente, ma tutti continuano ad ammirare l’aquila e a calpestare i vermi (striscianti o camminati che siano).
Intendiamoci, non sto criticando L., lei ha avuto questa fortuna, per la quale immagino ringrazi il Cielo ogni giorno, ed è normale che non sia in grado di capire cosa voglia dire cercare di conquistare quello che lei ha già per nascita.
Per le persone come me, la vita è un inestricabile labirinto fatto da milioni di domande e nessuna risposta certa. Ogni tanto mi sembra di aver trovato la mia strada e la percorro con profonda sicurezza, ma dopo qualche passo i dubbi mi assalgono: ”Sto facendo la cosa giusta? Sto facendo del bene a me e alle persone che amo, oppure no? Questa strada è reale, o è solo un’illusione creata dal mio disperato bisogno di certezze?”
…e così può succedere che si cambi strada e si ricominci da capo; l’aquila dall’alto ride delle mie convulsioni dentro al labirinto, ma per me è l’unico modo in cui sono capace di vivere.

martedì 6 luglio 2010

L'anello debole della catena

Ecco, la mia anima si proietta in avanti e io volo, plano verso chiunque accetterà di credere con me. Guarda e ridi: sono io l'anello debole della catena, di ogni catena, di ogni legame, contatto, connessione o congiunzione possibile con loro, con quelli, e ora anche con te.
Ho visto dissolversi quello che c'era tra noi. Ma forse, per caso, troveremo un filone d'oro, ecco: l'avevamo quasi toccato...
C'erano dei momenti di luce, e alla fine mi ero abituato alla tua irritante onestà.
Distruggo le prove della tua esistenza, ma dentro di me esisti in un modo che mi atterrisce. Cosa ne farò ora di questa nuova esistenza che non mi vuole? Eccomi davanti a te: sono il varco nella recinzione, sono la fenditura attraverso cui l'errore, o anche solo il ridicolo, si infiltrano dentro casa.
Ma almeno nel momento del volo sono me stesso, l'"io" che dovrei/vorrei essere. Ed è un momento ricco, completo.
Poi naturalmente c'è il tonfo dell'atterraggio. Un polverone intorno e un silenzio tremendo. Mi scuoto e mi guardo in giro con cautela, comincio a gelare per il freddo che mi avvolge dentro e fuori, un freddo che solo i buffoni e gli stupidi conoscono.
Inevitabilmente sei sempre molto solo quando ritorni alla vita.
Adesso mi sento così e sono distrutto, non sopporterei uno sguardo dai tuoi occhi, perché a causa di un altro tuo sguardo decisi di buttarmi completamente.

mercoledì 30 giugno 2010

Teoria dell' armonia

“Noi navighiamo in un infinito mare, sempre incerti e instabili, sballottati da un capo all’altro. Qualunque scoglio a cui pensiamo di attaccarci e restar saldi vien meno e ci abbandona e, se l’inseguiamo, sguscia alla nostra presa, ci scivola di mano e fugge in una fuga eterna. Per noi nulla si ferma. Questa è la nostra naturale condizione che tuttavia è la più contraria alla nostra inclinazione: desideriamo ardentemente trovare un assetto stabile e una base ultima per edificarvi una torre che si elevi all’infinito, ma ogni nostro fondamento si squarcia e la terra si apre in abissi.” (Pascal)

"Venire al mondo è come essere gettati, è una caduta dell’essere che si tuffa nel tempo. E mentre cadiamo dovremmo ricordarci che gli appigli cui ci aggrappiamo stanno cadendo anch'essi con noi" (Heidegger)

Nel momento in cui abbiamo rinunciato all'Unità e ci siamo voluti soggetti, abbiamo distrutto la nostra armonia con l'Universo, e qualsiasi idea di stabilità nel Tempo
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martedì 29 giugno 2010

Esiste l' amore?

Ami quella persona perché ti piace?
Il suo aspetto fisico potrebbe peggiorare a causa di una malattia o di un incidente... continuerai ad amarla? E se sì, perché?
Per il suo carattere per la sua personalità? Le persone cambiano, nulla è più instabile del pensiero umano... ma allora continuerai ad amarla? E se sì, perché?
Per il suo "io" più profondo? Da tremila anni l'insegnamento del Buddha storico ci illumina sull'insussistenza dell' "io", e da qualche centinaio d'anni anche il pensiero occidentale ha ammesso l'illusione del concetto dell' "io"... ma allora continuerai ad amarla? E se sì, perché?
Per la purezza della sua anima? Ma l'anima è uguale per tutti, é universale; allora perché quella persona piuttosto che quell'altra?
E' il modo in cui ti fa sentire quella persona e non quello che possiede che ti induce ad amarla?
Ma non ti accorgi che è solo una costruzione mentale che non ti appartiene? Siamo stati programmati fin nei più reconditi recessi della nostra coscienza affinché provassimo determinati sentimenti di fronte a determinate situazioni, ci hanno addirittura insegnato quello che dobbiamo desiderare e come dobbiamo manifestarlo!
Ami quella persona perché ti dona delle emozioni che nessun altro ti da? Tanto vale che firmiate un contratto: "Io sono disposto ad amarti fintantoché tu mi darai quello di cui ho bisogno".

In realtà l'amore in sè esiste, esiste eccome... siamo noi esseri umani che siamo troppo egoisti per amare davvero...

giovedì 24 giugno 2010

Solo un altro sassetto

La settimana scorsa un condannato a morte è stato fucilato negli USA.
Ma nel rituale c'è qualcosa che non riguarda soltanto quell'esecuzione, qualcosa di più profondamente contradditorio e diffuso: cinque cecchini, volontari anonimi, devono sparare un colpo a testa, ognuno ha un fucile con un proiettile in canna, ma dei cinque fucili ce n'è uno, non identificato, che è caricato a salve. A chi spara è garantito perciò il beneficio del dubbio che il proprio colpo non sia stato quello mortale.
Ci si domanda: se si sceglie volontariamente di sparare, dev'esserci a monte una forte convinzione, allora perché mantenere l'anonimato e soprattutto perché lasciarsi un margine di spazio interno per assolversi all'occorrenza?
Non è questione di USA, è pieno il mondo di gente così, da sempre, in compagnia, si prende la mira e si lanciano sassi contro Maddalena, senza poter distinguere quale è stato decisivo. "In fondo il mio era solo un altro sassetto". Quando l'istinto della canaglia è passato, l'essere umano, che con la canaglia convive, si rassicura.
E quante Maddalene esistono, colpite solo perché hanno qualcosa di diverso che fa rabbia o gola?
Si usano giudizi, inganni, si mente, si ruba, si sottrae a danno di una persona, una società, uno stato... minimizzando la propria responsabilità: "in fondo il mio era solo un sassetto"

(G. Carcasi)

martedì 15 giugno 2010

No tuti i mati xe in manicomio

Il bello è che ognuno di noi, di solito, avendo un alto concetto della propria rispettabilità, concorda circa la verità di questo proverbio (esulando momentaneamente dal fatto che i manicomi non ci sono più) pensando che si riferisca agli altri, e mai a se stesso...

[proverbio veneziano]

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mercoledì 9 giugno 2010

La nausea

L'intellettuale parigino Antoine Roquentin si trasferisce a Bouville, piccolo centro di provincia, per completare un libro di storia. Ma qui improvvisamente la sua percezione della realtà comincia a cambiare: gli oggetti che lo circondano gli danno un senso di nausea, il lavoro lo deprime, la vita cittadina gli appare squallida e insensata.
Prende allora ad annotare in un diario tutti i suoi stati d'animo, mentre la nausea si fa sempre più forte. Annotate le sue ricerche, Antoine sta per cedere  definitivamente, quando si accorge che ascoltando della musica il grave malessere che lo travaglia scompare d'incanto. Si rende conto allora che forse solo "creando" per via artistica (e nel suo caso, letteraria) si può riuscire a giustificare la propria esistenza di fronte a se stessi e al mondo.

Scritto nel 1938, La nausea è considerato il romanzo-manifesto dell'esistenzialismo francese: narrazione filosofica per eccellenza, nutrita delle ricerche e degli studi che Sartre andava parallelamente compiendo (da Heidegger a Jasper a Husserl), racconta la gestazione di una vocazione letteraria che ha tutto l'aspetto dell'ultima spiaggia concessa all'individuo per acquistare un senso del sé che non sia del tutto fallimentare. La letteratura può costituire una pur precaria forma di salvezza, ma resta minaccioso e oscuro il Moloch enorme, sordo e cieco della vita reale, che insorge insieme alla frattura originaria dell'esistere, e che riverbera sul destino di ognuno l'ombra di un incolmabile e decisivo difetto d'essere.

"L’uomo è condannato ad essere libero: 'condannato' perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia 'libero', perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa."

Jean-Paul Sartre (1905-1980)

martedì 1 giugno 2010

Induismo

A differenza del cristianesimo o dell’islamismo, l’induismo non riconosce un Dio trascendente dal quale emanano leggi e comandamenti a cui attenersi, nell’induismo l’esperienza religiosa è l’esperienza personale del divino, dell’Universale, dello Spirito che si incarna nello spirito individuale.
La Via della realizzazione o dell’illuminazione consiste quindi nel riconoscere attraverso l’esperienza mistica che l’anima individuale (Atman) è essenzialmente un’emanazione dell’anima universale (Brahman).
Nell’induismo non esiste il concetto di creazione iniziale, ma la creazione è in continuo divenire, l’Universo è la danza di Brahman che ballando crea la realtà.
Il popoloso e complicato pantheon indù è, con le dovute e importanti differenze culturali, formalmente analogo a quello della Grecia classica. Ma mentre per i Greci gli dei rappresentano i detentori di un potere da cui è possibile ottenere protezione, nell’induismo essi rappresentano dei tramiti che consentono di accostarsi all’esperienza del divino. La personificazione della divinità serve, da un lato, a evocare la potenza che la divinità stessa incarna e dall’altro a propiziarsi l’esperienza necessaria attraverso i sacrifici e le pratiche rituali.
Krishna è l’incarnazione del divino che assume sembianze terrene scegliendo le proprie reincarnazioni nei momenti di oscurità delle vicende umane. Nel rivelarsi, Krishna riferisce a se stesso l’esperienza religiosa attraverso la quale riconoscere, realizzare e celebrare il divino che è in noi e liberarci così dal ciclo doloroso delle morti e delle rinascite in cui ogni esistenza è condizionata dalle azioni compiute nelle vite precedenti.
Il concetto di karma è  centrale nella visione induista e merita qualche parola di approfondimento. Molto spesso in Occidente si tende ad assimilare il significato di karma a quello di destino. In realtà il karma non ha niente a che vedere con la predestinazione: il significato letterale del termine è ‘azione’ ma, ancora una volta, questo significa ben poco per un occidentale che non ha nel suo dizionario, come nella sua cultura, alcuna parola che esprima questo concetto.
Nella dottrina indù il karma è il risultato vivente, qui e ora, dell’insieme delle nostre azioni passate e presenti: una specie di testimonianza storica di tutte le nostre vite passate che si incorpora nel nostro attuale stato di esistenza. Più precisamente il karma è l’insieme delle azioni passate e presenti della nostra mente ed è, in queso senso, un filo che lega tutte le esistenze passate in una ‘coerenza’ spesso dolorosa. Spezzare questo ciclo equivale, in termini psicologici, a spezzare la coazione a ripetere e a liberarci dalla necessità di ricalcare gli stessi errori o gli stessi comportamenti che ci rendono infelici.
E’ importante sottolineare che se le nostre azioni precedenti condizionano il nostro presente, questo non significa che la nostra vita è già segnata e immodificabile, ma, al contrario, producendo un ‘buon’ karma nel presente possiamo modificare la nostra condizione futura.
La Via attraverso cui raggiungere questa dimensione non è necessariamente una tecnica di meditazione o la ricerca di un rituale più sofisticato o più elevato, ma è l’acquisizione di un punto centrale e profondo del nostro essere dal quale la visione del divino corrisponde a quell’armonia interiore che si manifesta nell’amore e nell’accettazione di tutto ciò che è presente. Sarà quindi questo amore che, manifestandosi nella nostra vita, produrrà karma positivo, quindi un ulteriore passo verso la liberazione. 

venerdì 28 maggio 2010

La ragione del sacrificio

Fu il Buddhismo a cercare di stroncare, dovunque si espanse, la consuetudine dei sacrifici.
Per millenni l’intera umanità aveva praticato come rito essenziale e fonte di conoscenza l’immolazione di uomini e d’animali. Talvolta il sacrificio poté essere un suicidio (si ricordino le squadre di suicidi che nella Cina arcaica sgomentavano il nemico), talvolta si sacrificò una parte del corpo.
E’ un rito nato forse dall’esperienza immemorabile dell’animale più esposto del branco straziato dalle unghie e dalle zanne del predatore: reso sacro. Preservava i compagni perché la fame placata ammansiva la fiera. Immolazione e salvezza che furono poi trasposte al rapporto con gli dei.
La parola ‘divinità’ designa in latino anche la divinazione, il sacrificio che apre le porte all’intuito del futuro: rem divinam facere significava ‘offrire il sacrificio’, ottenere preveggenza e salvezza.
Ancora oggi i popoli africani rimasti fedeli alle religioni indigene, ritengono che il sacrificio rappresenti il cuore della religione, del rapporto con le divinità. Si intravede anche la natura intima delle immolazioni, come quando la persona che deve beneficiare del sangue versato si veste, in trance, delle viscere strappate alla vittima, sì da identificarsi con essa ovvero con la divinità che fruisce dell’uccisione (anche i sacerdoti aztechi indossavano la pelle insanguinata del sacrificato).
La cristianità divelse, apparentemente, ogni sacrificio antico, ma ci riuscì perché pose al centro della sua vita la contemplazione di una tortura deliberata, il culto di un sangue redentore e l’assunzione delle sofferenze come tributo sacrificale a Dio, che sconta così il peccato ereditario dell’uomo. In fondo nella Messa si ‘mangia’ Gesù. E il vino inebria, così preservando il trasalimento estatico del sacrificatore.
L’Islam abolì per parte sua i sacrifici antichi dell’Arabia, mantenne però almeno una festa annuale in cui scorre con esuberanza il sangue delle vittime e ingiunse un sacrificio animale da compiere durante il pellegrinaggio alla Mecca.
Soltanto l’illuminismo, oltre al buddhismo, escluse il culto sacrificale, ma l’applicazione delle idee illuministe celebrò decapitazioni ininterrotte e campagne militari che dovevano sorreggere lo Stato rivoluzionario.
Il sacrificio attuava il sacro, dava la sensazione del tremendo e affascinante, convocava la divinità, suscitava un’allucinazione e procurava il cibo. Ma, soprattutto, l’uccisione della vittima schiudeva l’accesso ad altri mondi.
Si dubita comunque che dall’ideologia sacrificale ci si possa mai affrancare socialmente: le milizie della guerra mantengono intatte le idee arcaiche, celebrano la scommessa sulla sopravvivenza, ci si offre alla morte e dopo la prova rimarrà memoria del sacrificio nella piazza del paese, la terra sarà consacrata dal sangue versato. La continuità degli dei patrii così si conferma, né potrebbe perpetuarsi in assenza di sacrifici.
Il sacrificio ammette, con lo sgomento che provoca, al mondo delle forme formanti, sottrae a quello delle forme formate. La mitologia d’ogni popolo configura a modo suo, secondo l’immaginazione atavica particolare, quelle forme supreme.
Anche la storia civile recente è per una parte ingente l’esecuzione di atti politici che sedano o scatenano questo potenziale.
Ogni comunità si fonda su uno spettacolo di puro strazio, su una spendita gratuita di sangue.
Lo sanno bene i mass-media che per fare audience bisogna parlare appunto di sangue
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lunedì 24 maggio 2010

L'arte dell'oblio

Nessuno viene risparmiato dall’oblio.
A tutti è capitato di dimenticare qualcosa e, persino, di dimenticare qualcosa faticosamente imparato a memoria, di dimenticare tutto.
Nessuno può dire, a cuor leggero di sé stesso: questo per me è indimenticabile, non lo dimenticherò mai. Perché l’uomo è per sua stessa natura un animale che dimentica (animal obliviscens).
L’accorgersi delle dimenticanze proprie o altrui rientra, fin dalla giovinezza, nelle esperienze di vita più elementari ed è una delle piaghe della vecchiaia. Ciò che significhi la parola “oblio” lo si sa da sempre ed è l’ultima cosa che si dimenticherà.
Ma d’altra parte non esiste alcun “artista della memoria” che non aneli anche a un caritatevole oblio.
La memoria ha certo un po’ ragione, ma l’oblio non ha sempre torto.
La storia delle idee che trattano l’oblio è molto lunga: da Platone (la dottrina della dimenticanza al momento della nascita) ad Agostino (la narrazione della conversione dall’oblio di Dio), fino a giungere a Nietzsche (“Beati quelli che dimenticano”) a Freud (“La segreta disposizione di colui che dimentica”). Infine: quello che facciamo oggi con le memorie dei computer non è forse un “salvare per dimenticare”?

La damnatio memoriae è un concetto giuridico che ha avuto una parte importante nella storia della cultura moderna. A Roma la pena colpiva soprattutto imperatori o altri governanti che, in occasione di una svolta politica, alla loro morte venivano dichiarati “nemici dello Stato”; a quel punto si distruggevano le loro immagini e statue e si toglievano i loro nomi dalle incisioni (ad es. Domiziano nel 96 dC), allo scopo dichiarato di eliminare dal mondo il ricordo di quella persona. L’oblio quindi come pena suprema, peggiore della morte.

Ma altri pensatori, nei secoli seguenti, coglieranno l’aspetto positivo, quasi terapeutico dell’oblio.
Nietzsche paragonò l’oblio nientemeno che alla serenità:

Serenità aurea, vieni!
Tu che pregusti la gioia
della morte il più dolcemente, segretamente!
Sulla mia strada troppo rapido corsi?
Solo ora, quando il piede si stancò,
il tuo sguardo ancora mi coglie,
mi raggiunge ancora la tua felicità.
Solo giuoco e onde intorno.
Ciò cui accade d’esser pesante,
sprofondò in azzurro oblio,
ferma è ora la mia barca, oziosa.
Rotta e tempesta, tutto dimenticato!
Brama e speranza affogò,
giacciono lisci anima e mare.
Settima solitudine!
Mai sentii a me
più vicina una dolce certezza,
più caldo lo sguardo del sole.
Non si infiamma ancora il ghiaccio della mia vetta?
Lieve, argentea, come un pesce,
la mia navicella ora nuota lontano…

(Il sole declina, Nietzsche)

Anche Freud si occuperà del fenomeno dell’oblio in relazione alla sintomatologia dei lapsus e degli atti mancati. Cosa succede nella psiche se qualcuno sbaglia nel sentire, nel parlare, nel leggere, nello scrivere o se mette fuori posto, smarrisce o dimentica qualcosa? Freud riconosce una natura affine tra queste azioni, concludendo che non si tratta di una semplice coincidenza. Egli utilizza la metafora delle due stanze: il salotto e l’anticamera; nell’anticamera scorazza l’inconscio, mentre il conscio trova posto nel salone. Sulla soglia, tra i due ambienti, troviamo un “guardiano” che esamina, censura i singoli impulsi psichici e non li ammette nel salotto se non gli vanno a genio. Tra l’anticamera e il salotto si agitano le pulsioni dello spirito. L’incoscio infatti vuole diventare conscio, ma viene trattenuto sulla soglia dalla resistenza del guardiano e tenuto fuori dal salone salvo il caso che, per una distrazione momentanea, metta il piede oltre la soglia riuscendo a diventare preconscio. Ecco il lapsus, la svista, la dimenticanza che si manifesta.
Secondo Freud l’inconscio è sempre qualcosa di dimenticato, in alcun caso è qualcosa di non-conosciuto. L’incoscio insomma è un ex-conscio che è stato (spesso volutamente) dimenticato, ma non per questo è scomparso dal mondo, anzi, continua a formare uno strato latente dell’anima, perché nella vita psichica nulla può perire. Tutto ciò che è stato dimenticato ha un motivo per esserlo.
Questa teoria segna una pietra miliare nella storia culturale dell’oblio. Con Freud l’oblio ha perso la sua innocenza.

giovedì 20 maggio 2010

Travestimenti

Cerchiamo di travestire di somma filosofia i nostri pensieri, di rispettabile etica le nostre parole, ma in fondo, a ben guardare, le nostre azioni hanno una meta niente affatto diversa da quella di qualunque altro animale: la sopravvivenza, la tana, il cibo, l'accoppiamento
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giovedì 13 maggio 2010

Perché è così

Dialogo tra madre e figlia (4/5 anni) colto al volo in un self-service all'ora di pranzo:

Madre: "Abbiamo pensato con papà di andare alla Festa del Carciofo a Sant'Erasmo questa domenica"
Figlia: "Perché si chiamano 'carciofi'?"
Madre: "Perché è così!"
Pausa
Figlia: "Di questi tempi è difficile credere in qualcosa"
Pausa
Madre (allibita): "Perché dici che è difficile credere in qualcosa?"
Figlia: "Perché è così!"
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martedì 4 maggio 2010

Giocando con le fiabe

E’ un pomeriggio di sole e mi allontano lungo un sentiero che non conosco. Improvvisamente, balzando da chissà quale nascosto anfratto, un gatto mi si para davanti e mi guarda coi suoi grandi occhi gialli. Mi chino verso di lui lentamente per non spaventarlo, ma sono io ad essere sorpreso, perché il gatto comincia a parlarmi:
“Dove stai andando?” mi chiede,
“In nessun posto” rispondo cercando di controllarmi,
“Non si può andare in nessun posto: se vai, da qualche parte arriverai!”
Non so se sono più colpito da quello che mi sta dicendo, o dal fatto che sto parlando ad un gatto…
“Hai ragione” gli rispondo, “ è che mi piace pensare che non ci sia necessariamente una meta al mio cammino, a volte mi sembra che se vado verso un posto preciso, ne divento schiavo, è come se stessi perdendo qualcosa…”
“Ah sì, capisco benissimo” mi fa lui mentre si lecca una zampa “ è un problema che noi gatti abbiamo risolto già molto tempo fa: vedi, all’inizio del mondo, prima che arrivaste voi, la nostra maggiore preoccupazione era di avere sempre qualcosa da fare per mantenere il nostro corpo agile e le nostre unghie affilate, ma tutto quel cercare ci metteva di malumore perché era difficile trovare ogni volta qualcosa di nuovo; così un giorno ci riunimmo per cercare una soluzione: tutti avevano un’idea diversa, ma nessuna sembrava soddisfacente, finché un vecchio gatto bianco impose il silenzio e disse: 'Il vero problema sta nel pensiero dello scopo da raggiungere, io propongo quindi che il nostro allenamento fisico sia ottenuto attraverso il gioco, perché il gioco è fine a se stesso, non ci impone una meta pressante, e allo stesso tempo ci permette di mantenere la forma fisica', così parlò e tutti furono d’accordo. Ma io ti ho trattenuto abbastanza, è meglio che tu riprenda la tua strada verso nessun posto, chissà, forse ci riuscirai” ,
e così dicendo balzò in mezzo all’erba, inseguendo una farfalla.

venerdì 30 aprile 2010

Tao Te King

Ognuno nel mondo decide il Bello
Ed ecco venire il Brutto
Ognuno nel mondo decide il Bene
Ed ecco venire il Male

Avere e non avere nascono l'uno dall'altro
Compatto e sottile si formano l'uno dall'altro
Lungo e corto si misurano uno con l'altro
Alto e basso si girano uno verso l'altro
Prima e poi si seguono l'un l'altro


Trenta raggi si congiungono ad un mozzo unico
Questo vuoto nel carro permette l'uso

Con una zolla d'argilla si dà forma ad un vaso
Questo vuoto nel vaso permette l'uso

Si dispongono le porte e le finestre per una stanza
Questo vuoto nella stanza permette l'uso

L'avere permette il vantaggio
Il non avere permette l'uso


(Lao Tseu)

venerdì 23 aprile 2010

Tutto esiste, niente esiste

Tutto esiste e nulla esiste: come fatto in sé, come proiezione del nostro pensiero, come somma delle nostre supposizioni e credenze.
Crediamo solida e ferma la materia? Essa è in realtà un flusso di energia,  composizione di quanti energetici e di vuoti; il nostro corpo, sulla base dei cui sensi stabiliamo il giudizio sugli altri corpi, è in continuo mutamento, è reale nell’attimo che passa, ma non lo è nel passato o nell’avvenire, né è uguale a se stesso minuto dopo minuto.
Bisogna allora affidarsi al pensiero: concentrazione e meditazione conducono allo sviluppo delle sue facoltà corrette. Agendo sui propri pensieri, vivendo un susseguirsi di azioni pure, si arriva alla perfezione dell’intimo, ma non ancora alla soluzione. Le azioni pure, ad esempio, possono creare una morale altrettanto dannosa del vizio, qualora essa diventi regola.
Occorre perciò superare continuamente se stessi nella perfezione spirituale di volta in volta raggiunta, e non legarsi a nulla di tutto ciò che è transitorio, e tutto è transitorio.
Questa è una via per giungere alla verità, la verità che è salvezza.
Dico 'una' perché la codificazione della Via non esiste, se ne conosce solo l’avvio, ognuno poi deve proseguire da solo, perché l’esperienza degli altri è inutile.
(Buddha)

martedì 20 aprile 2010

Il significato del Buddhismo

L’apparizione del Buddhismo costituisce una tappa fondamentale nell’evoluzione dello spirito umano, non tanto per il contenuto specifico della sua dottrina, il Dharma, quanto per il fatto che attraverso il messaggio del Buddha, l’esigenza della Liberazione (la mukti o il moksa della tradizione pan-indiana), viene per la prima volta definito nei termini di un pensiero logico e razionale e non di una rivelazione di genere mistico.
Trascurando le ispirazioni divine che in precedenti epoche avevano additato all’uomo la via per l’interiore resurrezione, il Buddhismo adatta alle esigenze di un pensiero puramente logico ed umano la più grande avventura dello spirito, consistente nell’emancipazione dell’uomo dalla permanenza nel ciclo delle ripetute esistenze terrestri, il samsara, ognuna delle quali condizionata dal ‘frutto’ delle azioni compiute nell’esistenza precedente, la cosidetta Legge del Karma.
Secondo questa, in una ruota senza fine, l’uomo comune migra di esistenza in esistenza con il viatico delle conseguenze delle azioni compiute precedentemente che determinano le fattezze della vita da compiere e lo scenario in cui questa si svolgerà; vita e scenario di per sé illusori, in quanto condizionati dalle trascorse brame, volizioni, pensieri ed azioni dell’individuo, che a sua volta torna ad identificarsi nelle medesime passioni, paure e ripugnanze, che determineranno la direzione della vita presente e, in ultima analisi, il genere della nascita futura, finché la Liberazione (o Illuminazione) non intervenga a spezzare questa catena esistenziale fatta di dolore e di ignoranza.
Lungo il cammino della Liberazione, che il Buddhismo chiamerà la ‘Via Mediana’, perché egualmente distante dalle esagerazioni dell’ascetismo fanatico come da quelle di una vita volta alla ricerca del solo piacere, l’uomo si libera gradualmente dall’illusione (maya) circa la realtà del mondo e circa la sua personalità contingente: quello gli apparirà come una successione di accadimenti, l’un dall’altro determinati, e non di solide realtà, questa gli si rivelerà come un fascio di percezioni, sensazioni, volizioni e impulsi, cui egli attribuisce erratamente il carattere dell’ “io sono” quale supporto di una vita cosciente di relazione, che in realtà si manifesta come quel divenire doloroso e affannoso, fatto realmente di nulla, di cui è tessuta la perpetua vicenda del nascere-vivere-morire-rinascere, che gli Indiani denominano samsara, il perpetuo scorrere.
Beninteso, questa razionalità del Buddhismo e della sua ascesi non si esaurisce nella formulazione discorsiva di connessioni logiche e di principi etici, bensì considera quelle e questi alla stregua di meri supporti per un’esperienza identificativa con la realtà della realtà, esperienza che finisce per attuarsi come ‘estinzione’, nirvana, dell’illusione esistenziale.
Tali infatti furono le parole del Buddha dopo che ebbe spiegato ai suoi primi discepoli quale strada avesse perscorso per arrivare all’Illuminazione:”Sappiate, o monaci, che tutto quanto vi ho detto è per voi totalmente inutile, giacché non ha senso seguire la strada di un altro, ognuno deve trovare la propria. Non credete ciecamente alle mie parole, ma provate e sperimentate voi stessi sulla vostra vita ciò che funziona per voi”. E alla domanda diretta di un monaco:”Ma Dio esiste o no?” il Buddha rispose:”Che importanza ha?”
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martedì 13 aprile 2010

Ragione e irrazionalità tra Oriente e Occidente.

L’irrazionalità in Occidente origina dall’antica Grecia, dove àlogon significò in primo luogo ‘privo di discorso (logos), ovvero contrario al calcolo e all’aspettativa, inverosimile. Infine in Plutarco, oltre che in Platone e Aristotele, il vocabolo viene a denotare ciò che è privo di ragione e di fondamento, la demenzialità e l’assurdo, che in latino significherà il disarmonico e il privo di gusto.
In matematica si denomino àlogon il rapporto tra due grandezze incommensurabili, con una misura comune che non si può esprimere con un numero intero o frazionario, ma soltanto con una serie infinita di frazioni. La scoperta del numero irrazionale fu considerata il disastro della teoria pitagorica, basata sul numero come espressione del vero.
Quanto a logos, parola e ragione, provenendo da léghein, raccogliere, denota ciò che è raccolto e riunito insieme, quindi il discorso coerente, la parola sensata, l’origine, l’indagine.
Nel mondo antico la parola assume il massimo dei significati con Filone: designa il programma della creazione universale, il supremo dei poteri divini, l’idea delle idee e infine l’intuizione intellettuale o contemplazione che se ne impadronisce e vi si identifica, ed è più elevata del pensiero stesso.
In latino logos si potrebbe tradurre comprehensio, che denota la presa e l’impossessamento.
L’àlogon diventa invece insania, ovvero follia., irragionevolezza, l’opposto di ratio che è originato dall’indoeuropeo reri, cioè ‘contare’, ‘numerare’, ma anche ‘riflettere’, ‘persuadere’, ‘dottrina’.

Mentre in Occidente la ragione origina quindi dall’atto del contare, in Oriente proviene dall’idea della stabilità. In Cina Ku, ‘ragione’, si scrive con un ideogramma che denota dieci bocche, vale a dire ciò che una pluralità significativa di persone trasmette. L’rrazionalità è invece indicata con ciò che non rientra nel costume di una comunità.
In genere nelle civiltà orientali l’opposizione di ragione e irrazionalità non ha il phatos che la contrassegna in Europa. Uno dei motivi è che la dicotomia occidentale si trasfonde, in oriente, in una triade.
Nel sistema castale indù il contrasto fra l’emozione scatenata ed energica del guerriero e la razionale quiete del bramino è mediato dalla convivenza con la casta dei mercanti e quella dei contadini. Furore e pacificità hanno ciascuno la propria sfera e ciascuno deve attenersi ad una dieta confacente, ad un’occupazione determinata, ad un rituale ed a un culto specifici e complementari fra loro.
Fra conoscente e conosciuto media il conoscere, fra soggetto e oggetto media l’unione, fra amante ed amato media l’amore.
Si può dire che fra ragione e irrazionalità media l’ispirazione.
Per lo scivaismo Siva riassume la triplicità, simboleggiata dal suo tridente, le cui punte sono l’essere, l’impulso e l’oscurità o anche i tre condotti sottili che innervano l’uomo connettendo coccige e testa. Il contrasto razionale-irrazionale si supera nell’empito, che può culminare nella follia.
Questo non deve far pensare che in India mancasse una logica rigorosa al pari dell’aristotelica. Essa fu enunciata nel Nyaya Sutra. Il sillogismo fu esposto nel quadro rettorico di cinque interrogazioni successive: dapprima si domanda quale sia la tesi, ottenendo in risposta l’enunciazione, quindi si chiede la ragione, l’esempio probante e la sua applicazione, per finire con la conclusione.
Su questa scorta i buddhisti argomenteranno: “ Le conoscenze non hanno un oggetto (enunciazione), infatti tale è la conoscenza in genere (ragione) quale la conoscenza che si ha nel sogno (esempio probante), per cui nello stato di veglia si ha lo stesso tipo di conoscenza (applicazione) e anche la conoscenza che si ha nello stato di veglia è priva di oggetto (conclusione)”.
La logica buddhista nega che di qualsiasi cosa si possa dire che esista o che non esista. Parrebbe nichilismo, ma in realtà esprime un atteggiamento equivalente, perché da un determinato punto di vista afferma che un oggetto è, ma nella misura in cui sta in un contesto, non è, e le due preposizioni si conciliano, sicché esso è e non è allo stesso tempo; d’altro canto può essere indeterminato e indescrivibile, sicché esiste e tuttavia è indescrivibile o non esiste affatto ed è anche indescrivibile o infine, per distinti aspetti, è e non è indescrivibile.
Pertanto si afferma che tutte le cose sono vuote eppure appaiono nel tempo e si percepiscono; l’opposizione si concilia fondento i due opposti. L’irrazionale è ciò che non rientra in questa composizione e resta ancorato al desiderio.
La realtà è movimento, la causalità la fa ritenere statica, ma i successivi scatti della causazione non sono retti da nulla e li separa un intervallo infinitesimo. Tutto è momentaneo, ogni durata è una sequenza di punti, non esiste né spazio né moto, soltanto un seguito di punti istantanei, per i quali è irragionevole postulare un ricettacolo spazio-temporale.
Il grande studioso del buddhismo F.T. Stcherbatsjij (1930-1995) notò che la logica buddhista precedette la concezione della fisica moderna. La percezione istantanea è ineffabile e non è percettibile, ma rende possibili le nostre percezioni.

Elémire Zolla

venerdì 9 aprile 2010

Sátántangó

Erano schiavi e lo saranno per il resto della loro vita.
Siedono in cucina e ogni tanto guardano fuori dalla finestra.
Siedono sulle stesse logore sedie.
Si rimpinzano senza sapere cosa succede.
Si guardano l'un l'altro con sospetto... e aspettano.
Perché credono di essere stati ingannati.
Perché non possono vivere senza illusioni.
Non amano la libertà.
Ne hanno paura.

László Krasznahorkai

mercoledì 7 aprile 2010

L'arte contemporanea è Arte?

Per godersi un'opera d'arte non occorre essere intenditori, basta avere una mente aperta.
L'arte è come il cibo, nessuno dice "non me ne intendo" quando va al ristorante. L'arte è il cibo dell'anima e della mente: dopotutto si mangia anche per piacere, non solo per sopravvivere.
Bisogna gustare l'arte come un piatto di pasta, senza pensarci troppo, criticando quella scotta e apprezzando quella al dente. Sì perché anche l'arte può essere scotta o al dente: ci sono artisti che si dimenticano le proprie idee sul fuoco e altri che hanno troppa fretta e servono in tavola prima del tempo. Dipende comunque dai gusti: si possono godere quadri stracotti o sculture crude.
L'arte contemporanea è quella più fresca, per gustarla bisogna essere pronti a dei sapori nuovi, come quando si viaggia all'estero e si sperimentano piatti sconosciuti.
L'arte contemporanea può provocare forti emozioni, ma anche molta rabbia: siate pronti e tenetevi forte. Il mio tentativo non è quello di vendervi una bufala, ma di provare a spiegarvi che la bufala in questione non è la fregatura, ma la mozzarella, quindi molto saporita e così fresca da dover essere consumata subito, prima che vada a male...
Non intendo impartire lezioni di storia dell'arte, ma raccontare la storia di come anche il più recidivo degli ignoranti non possa fare davvero a meno dell'arte.
L'arte è il sangue nelle vene della storia del mondo. Non esistono società senza arte e se ci fossero morirebbero dissanguate. C'è andata vicino la Cambogia del dittatore Pot Pot, che alla metà degli anni Settanta provò ad immaginare un Paese senz'arte, ma fallì miseramente, lasciando un fiume di violenza e sangue, con montagne di teschi che oggi sono fonte di ispirazione per raffigurare artisticamente i mali del mondo.
Da che esiste, l'arte non è stata infatti usata solo per descrivere gli aspetti esteriori e più piacevoli dell'esistenza, ma anche e soprattutto per raccontare la realtà intera, nel bene e nel male. E' servita alla religione, alla politica, all'amore, alla psicanalisi, alla violenza, per dar forma a idee, follie, sogni e realtà che senza di essa non avrebbero potuto trovare espressione.
Vi invito a guardare all'arte contemporanea, se credete, non come a un esercizio per pochi specialisti, ma come a un'espressione necessaria della realtà del mondo che ci circonda e del tentativo di comprenderla.
Chi odia l'arte contemporanea rimpiangendo le opere del passato, rifiuta di accettare il fatto che i capolavori che tanto ama hanno rappresentato anch'essi il presente per la propria epoca. Rimpiangere il passato vuol dire negare l'oggi e rinunciare al futuro. Significa rinunciare a godere, anche nelle sue forme più strane e magari brutte, l'energia che sospinge, e sempre ha sospinto, ogni società.
L'arte contemporanea siamo noi, così come ci vediamo nello specchio del presente.
Per questo non può esistere un metro di giudizio assoluto.
La storia dell'arte contemporanea è un po' come nel film Rashomon di Kurosawa, dove ognuno dei protagonisti racconta la stessa storia in modo diverso.
Anche nell'arte la 'verità' non esiste.
Ci sono però dei divulgatori che utilizzano un metodo ben preciso, dicendo allo spettatore o al lettore: io so tutto di arte, tu non sai nulla, ma non ti preoccupare ti parlerò dell'arte in modo tale che non dovrai nemmeno fare la fatica di ricordarti cosa ti dico. Di solito questo tipo di narratori usa molte date, nomi di luoghi o persone, ad affascinare non è ciò che raccontano, ma la mole di conoscenze di cui dispongono. La tecnica è quella dei predicatori religiosi, che facendoci sentire inadeguati nei confronti di Dio, diventano ai nostri occhi gli unici capaci di procurarci un contatto col padreterno.
Io ho un'idea più luterana dell'arte, ossia penso che ad essa ci si debba accostare da soli, se veramente ci interessa.
L'arte non è una divinità, ma qualcosa di molto, molto umano.


'Lo potevo fare anch'io' Franceso Bonami

mercoledì 31 marzo 2010

Metaloghi: “Perché le cose finiscono in disordine?”


Figlia: Papà perché le cose finiscono sempre in disordine?
Padre: Come? Quale disordine?
F. Beh, la gente è sempre lì a mettere le cose a posto, ma nessuno si preoccupa di metterle volontariamente in disordine. Sembra proprio che le cose si mettano in disordine da sole. E poi bisogna rimetterle a posto.
P. E le tue cose finiscono in disordine anche se tu non le tocchi?
F. No… se nessuno le tocca, no. Ma se qualcuno le tocca, allora si mettono in disordine, e se non sono io è ancora peggio.
P. Già, ecco perché non voglio che tu tocchi le cose che sono sulla mia scrivania, perché il disordine diventa anche peggiore se le mie cose le tocca qualcuno che non sia io.
F. Ma perché le persone mettono sempre in disordine le cose degli altri, papà?
P. Beh, un momento, non è così semplice. Prima di tutto, che cosa vuol dire ‘disordine’?
F. Vuol dire… che non riesco a trovare le cose, e così tutto sembra in disordine. Cioè, quando niente è al suo posto…
P. D’accordo, ma sei sicura di dare a ‘disordine’ il significato che gli darebbe una qualunque altra persona?
F. Ma sì, papà, sono sicura… perché io non sono una persona molto ordinata, e se lo dico io che le cose sono in disordine, sono sicura che chiunque altro sarebbe d’accordo
P.   Va bene... ma pensi che quando tu dici 'a posto' tu intenda la stessa cosa che intenderebbero gli altri? Se la mamma mette a posto le tue cose, sai dove ritrovarle?
F.   Mah... a volte, perché, vedi, io so dove mette le cose quando fa ordine...
P.   Sì, anch'io cerco di impedirle di fare ordine sulla mia scrivania. Sono convinto che la mamma e io non intendiamo la stessa cosa per 'ordinato'.
F.   Papà, e tu e io intendiamo la stessa cosa per 'ordinato'?
P.   Non credo, cara... non credo proprio.
F.   Ma, papà, non è strano... tutti vogliono dire la stessa cosa quando dicono 'disordinato', ma pensano a cose diverse quando dicono 'ordinato'? Però 'ordinato' è il contrario di 'disordinato', non è vero?
P.   Qui si entra nel difficile. Ricominciano daccapo. Tu hai detto: "perché le cose finiscono sempre in disordine?". Ora abbiamo fatto qualche passo avanti, e possiamo cambiare la domanda così: "perché le cose finiscono in uno stato che Cathy chiama 'non ordinato'?". Capisci perché voglio cambiare la domanda in questo modo?
F.   Be', credo di sì... perché se 'ordinato' vuol dire per me una cosa speciale, allora certi 'ordini' delle altre persone mi sembreranno disordini... anche se siamo d'accordo sulla maggior parte di quello che chiamiamo disordini...
P.   Proprio così. Ora esaminiamo quello che tu chiami ordinato. Dov'è la tua scatola di colori quanto è in un posto ordinato?
F.   Qui, da questa parte dello scaffale.
P.   Bene... e se fosse in qualche altro posto?
F.   No, allora non sarebbe in ordine.
P.   E se fosse qui, dall'altra parte dello scaffale? Così?
F.   No, quello non è il suo posto, e comunque dovrebbe stare diritta e non tutta storta come la metti tu.
P.   Ah, quindi nel posto giusto e diritta.
F.   Sì.
P.   Be', allora ci sono pochissimi posti che sono 'ordinati' per la tua scatola di colori...
F.   Solo un posto...
P.   No... pochissimi posti, perché se la muovo un pochino, così, è ancora in ordine.
F.   Va bene... ma proprio pochissimi posti.
P.   D'accordo... pochissimi posti. E allora il tuo orsetto, e la bambola, e il mago di Oz, e il tuo maglione e le scarpe? E' vero per ogni cosa, no? - che ci sono pochissimi posti che per quella cosa sono 'ordinati'.
F.   Sì, papà... ma il mago di Oz potrebbe stare in un punto qualsiasi dello scaffale. E sai cosa, papà? Mi secca molto quando i miei libri si confondono coi tuoi e i libri della mamma.
P.   Sì, lo so. (pausa)
F.   Papà, non hai finito. Perché le mie cose finiscono sempre nel modo che io dico che non è ordinato?
P.   Ma io ho finito... è solo perché ci sono più modi che tu chiami 'disordinati' che modi che tu chiami 'ordinati'.
F.   Ma questa non è una ragione...
P.   Ma sì, lo è. Ed è la vera, unica e importantissima ragione.
F.   Papà, smettila!
P.   Ma non ti sto prendendo in giro. La ragione è questa, e tutta la scienza è appesa a questa ragione.
Prendiamo un altro esempio. Se io metto un po' di sabbia in fondo a questa tazzina, e sopra ci verso un po' di zucchero, e poi giro con un cucchiaino, la sabbia e lo zucchero si mescolano, no?
F.   Sì, papà... ma ti sembra giusto adesso metterti a parlare di 'mescolare', quando abbiamo cominciato con 'disordinare'?
P.   Ma credo proprio di sì... perché si può pensare che ci sia qualcuno che pensa che sia più ordinato avere tutta la sabbia sopra e tutto lo zucchero sotto. E se vuoi dirò che sono io a pensarla così.
F.   Uhm...
P.   Vediamo se stavolta riesco a dirlo. Torniamo alla sabbia e allo zucchero, e supponiamo che qualcuno dica che quando la sabbia sta in basso, tutto è a 'posto' e 'ordinato'.
F.   Papà, bisogna proprio che qualcuno dica una cosa del genere, prima che tu possa andare avanti e dire come le cose finiscono in disordine quando le tocchiamo?
P.   Sì, ecco il punto. Loro dicono quello che sperano accada, e io dico che non accadrà perché ci sono tante altre cose che potrebbero accadere. E io so che è più probabile che accada una delle tante cose che una delle poche. Dato che ci sono infiniti modi disordinati le cose andranno sempre verso il disordine e la confusione.
F.   Ma papà, perché non hai detto questo fin dall'inizio? Questo lo avrei capito benissimo.
P.   Già, credo proprio di sì. Comunque è ora di andare a nanna.
F.   Papà, perché i grandi fanno le guerre, invece di fare solo la lotta come fanno i bambini?
P.   No... a nanna. Basta. Parleremo un'altra volta delle guerre.


[Gregory Bateson, Metaloghi, in Verso un'ecologia della mente, 1972]