giovedì 29 dicembre 2011

Non chiedetemi scusa

"Non mi piace quando qualcuno mi chiede scusa. Non per il gesto in sé, che è molto apprezzabile, ma per la parola e per il significato psicologico sotteso. Ritengo che chiedere scusa sia una sorta di ricatto emotivo. A ben pensarci “scusami” vuol dire “perdonami”, non contempla quindi la propria responsabilità per quello che è successo e tende invece a scatenare sensi di colpa nell'altra persona.
È un modo semplicistico di lavarsene le mani e far ricadere la responsabilità sull’altro. Ti ho chiesto scusa, se non mi perdoni sei crudele.
In altre parole, chi chiede scusa si appella al condizionamento psicologico e blocca qualsiasi reazione emotiva, invocando il perdono. Se non ti scuso, rischio di sentirmi colpevole o al meglio di covare emozioni negative che non posso esprimere.
Così la comunicazione vera e propria, quella che permette di crescere e di capirsi, si blocca. Posso scusarti o no, ma sarebbe finita lì. E se anche rispondessi “scusa un cazzo”, sarei comunque sulla difensiva, tenderei a giustificarmi o passerei dalla parte dell’aggressore. L’altro si sentirebbe vittima, arrivando ad affermare “ma ti ho chiesto scusa!”, come se fosse un atto dovuto perdonare sempre.
Credo che sia più appropriato “mi dispiace”. Questa locuzione infatti non richiede necessariamente un perdono e non blocca la comunicazione. Esprime semplicemente un modo di sentirsi, in questo caso il dispiacere per un comportamento, una parola o un gesto, e l’altra persona è libera di provare i suoi sentimenti, compresa la rabbia."

Ho letto questo testo su Tumblr e l'ho trovato di estremo interesse. Perché anch'io ritengo che le parole abbiano in sé un valore che va ben oltre il suo mero significato letterale, Perché, come diceva Nanni Moretti, le parole, la scelta della parole è importante. Il significante è determinante quanto il significato, se non di più.

venerdì 16 dicembre 2011

Le parole inutili

Il mondo pullula letteralmente di belle frasi pseudo-educative che fan sognare le persone. Frasi di una retorica sconcertante ma di fronte alle quali la più parte si scioglie in deliquio. Frasi come: "La felicità è desiderare ciò che già si ha". Frasi così inutili da sfiorare l'insulto all'intelligenza umana, Posto che ne esista una.
Sì, perché ancora le persone non sembrano aver capito che chi ha già nel suo schema mentale la capacità di apprezzare e accontentarsi, se non addirittura di godere, delle cose che ha già, all'udire simile sentenza penserà: "Beh, certo, ovvio! che c'è di così stravolgente?". Mentre a chi invece questa capacità non ha la fortuna di possedere nel suo corredo genetico, l'ascoltare questa frase procurerà solo frustrazione, giacché gli risulterà enormemente arduo, se non impossibile, applicarlo alla sua vita.
Senza comprendere (o forse comprendendo ma non ammettendo) che non esistono ricette di felicità universali che valgono per tutti (anche se ci piace crederlo, o forse ci condizionano a pensarlo...), che magari si può essere felici in altro modo o per un'altra via... ma no! deve cercare in tutti i modi di applicare su di sé quello che sembra essere un insegnamento assoluto, tentando quindi di snaturarsi e aggiungendo ulteriore sofferenza alla sofferenza.
Mi ricordano un po' l'inutilità delle campagne di sensibilizzazione contro l'abbandono dei cani. Tutti quei soldi spesi per niente. Per realizzare degli spot il cui solo effetto è quello di far soffrire chi ha già quella sensibilità e che quindi mai abbandonerebbe un cane, mentre le persone che quella sensibilità non l'hanno restano perfettamente indifferenti al messaggio e continuano ad abbandonare cani. Lo dimostra ampiamente il fatto che il numero di abbandoni è più o meno sempre lo stesso tutti gli anni.
Così come il numero di persone che tutti gli anni vanno dall'analista perché non riescono ad applicare nella propria vita quella ricetta di felicità "universalmente" riconosciuta come funzionante...

giovedì 8 dicembre 2011

Il pappagallo di Paul Valéry

Per anni, quasi per tutta la vita, Valéry accarezzò l'idea di disegnare personalmente un'ampia "teoria della memoria" allo scopo di sondare le leggi di questa misteriosa facoltà. Ma quest'opera non la scrisse mai, anche se è chiaramente riconoscibile o almeno deducibile nelle sue linee generali, negli appunti dei suoi Quaderni.
Le quattro massime che seguono (tratte appunto dai Quaderni) delimitano all'incirca il terreno che Valéry misura con le sue riflessioni su ricordo e oblio:
- "Non sappiamo nulla della memoria, nulla di nulla"
- "La memoria sarebbe un'ineleganza nel mio sistema"
- "La memoria non ci servirebbe a niente se fosse rigorosamente fedele"
- "Senza oblio si è solo pappagalli"
Orientiamoci ora verso un'immagine figurata che l'autore cita spesso, in diversi passi delle sua opera e che evidentemente era importante per lui. Si tratta dell'immagine del pappagallo. Nella storia della cultura europea il pappagallo era, già dagli albori dell'età moderna, il successore dell'asino, quindi l'animale stupido per antonomasia; tuttavia il pappagallo aveva la caratteristica non solo di godere, come l'asino, di ottima memoria, ma anche - come se non bastasse - di essere in grado, col suo aiuto, di blaterare le sue stupidaggini.
Incontriamo questo uccello parlante in diversi punti delle opere di Valéry, per esempio nel dialogo in prosa L'idée fixe (1932). L' "idea fissa" di uno dei partecipanti al dialogo consiste nel dichiarare guerra ai concetti imprecisi perché rovinano il pensiero. Questa debolezza del nostro linguaggio concettuale può essere guarita solo, secondo Valéry, ponendosi, ogni volta che un pensiero minaccia di naufragare a causa della sua imprecisione, la precisa domanda: "Che cosa significa esattamente questo termine?". Di fronte a questa domanda, concetti tronfi e presuntuosi come "spirito", "personalità", "speranza" o "universo" faranno sicuramente una figuraccia. Questo tipo di parole vengono chiamate da Valéry "parole da pappagallo".
Per farla finita con queste parole indegne, Valéry ha affilato le armi per infilzare tutti i pappagalli che popolano il "cielo dello spirito", in primo luogo il super-pappagallo "universo", il pappagallo dei pappagalli, ma subito dopo anche la parola "natura", altrettanto deleteria, da interpretarsi come femmina del pappagallo e da eliminare anch'essa immediatamente.
Perché? Perché queste parole sono tali per cui uno che le ha imparate una volta continua a ripeterle sempre: "Nous les avons appris, nous les répétons" ("Le abbiamo imparate, le ripetiamo").
Valéry aborre le ripetizioni di ogni genere e non è mai stanco di giudicare insulsa l'attività del ripetere. Tra le sue varie asserzioni di questo tenore si può citare questa annotazione: "Lo spirito aborre la ripetizione; nella misura in cui ci si ripete, non c'è spirito". Per scampare questo pericolo Valéry segue in maniera quasi maniacale la regola radicale di "cominciare dall'inizio" in tutte le attività intellettuali.
Anche la memoria deve essere ripensata dall'inizio. E tale inizio si trova nel presente.
Il processo si realizza nel momento in cui il presente inizia a riallacciarsi al passato nella misura in cui interviene all'interno di esso, imponendogli in questo modo un nuovo ordine, conforme e gradito agli scopi del presente. Dal momento però che l'azione presente è in linea di principio aperta al futuro, si può anche dire che nella memoria vivente il futuro plasma il passato: l'avenir du passé ("il futuro del passato"). In questo contesto Valéry non si lascia sfuggire il gioco di parole: le souvenir de l'avenir.
Garante di questa ricerca è per Valéry un'altra figura letteraria: Robinson Crusoe. Gli appunti di Valéry su Robinson abbracciano circa dieci pagine di prosa sotto il titolo di "Storie sbriciolate". Sulla sua isola solitaria Robinson ha ottenuto i primi risultati nella costruzione della cultura materiale e può concedersi per la prima volta un po' di riposo. Comincia ora per lui la seconda fase della costruzione, la ricostruzione della propria cultura intellettuale. Deve "ridiventare uomo". In questa operazione l'oblio ricopre nuovamente un ruolo chiave.
La questione è ora: a che cosa questo nonostante tutto felice Robinson, nel suo inizio intellettuale dal nulla, permetterà di entrare nel vuoto della sua memoria, dopo che a lui, novello Adamo, si è parata innanzi l'insperata chance di liberarsi da tanti inutili contenuti mnemonici?
Lo rivediamo quindi seduto nella sua isola, immerso nei pensieri, circondato da pappagalli il cui cicaleccio consiste solo in innumerevoli e distraenti ripetizioni.